sabato 1 dicembre 2012

Rime private.







Ecco, in anteprima, il nuovo nato: Rime private, un piccolo libro, snello per propozioni, che raccoglie versi dell'ultimo periodo. Ad occuparsi della pubblicazione è stata l'Associazione Culturale LucaniArt. La tiratura è limitata, con copie numerate a mano.

Viene subito dopo Paesaggi di tempo ma a me sembra che parlino lingue un po' diverse. Forse contigue, ma un po' differenti.

A voi lo spazio e il tempo per tentare confronti.
 
 

lunedì 19 novembre 2012

Qui tutto è ormai


Qui tutto è ormai
consunto, una lingua
opaca che misura
gli strappi del tempo
 
 
E non è ora l'ora
tua che attendevi
e che offrendosi a te
si fa spavento
 
La linea del corpo
rotto, l'incanto s'attarda,
segue le ombre attorno
a voci non-voci non-detti
e sfuma l'eco
di suoni cangianti
 

Il non mai detto
sta per rompere
gli argini.

 
[Maria Luigia Longo, Qui tutto è ormai, da Rime private_Poesiesparse/Cantiere]

domenica 11 novembre 2012

Che farei senza questo mondo senza faccia né domande.





Che farei senza questo mondo senza faccia né domande
dove essere non dura che un attimo dove ogni istante
si versa nel vuoto nell'oblio di essere stato
senza quest'onda dove alla fine
corpo e ombra sprofondano insieme
che farei senza questo silenzio abisso dei bisbigli
ansimante furioso verso il soccorso verso l'amore
senza questo cielo che si innalza
sulla polvere delle sue zavorre

che farei farei come ieri come oggi
guardando dal mio oblò se non sono solo
a errare e girare lontano da ogni vita
in uno spazio burattino
senza voce tra le voci
rinchiuse con me

[Samuel Beckett, 1948]

giovedì 8 novembre 2012

E' - e non poteva non essere -


 
 
E' – e non poteva non essere - 
questo silenzio che allunga le mani
mettendo al mondo le frasi
a posto le cose le lingue i domani
seguendo le voci nel mondo.

Cammino e a volte
mi pare tutto uno strascico
d'ossa questo guardarsi di sguincio
e cercare l'abisso e poi scriverci sopra.
 
[Maria Luigia Longo, E' - e non poteva non essere - , da Rime private_Poesiesparse/Cantiere]
 



mercoledì 7 novembre 2012

Poi verrà un giorno






Poi verrà un giorno
in cui torneranno le rondini
tornerà il vento tra i filari il soffio
all'orecchio per dire le rincorse e le attese
e tornerà pure il giallo della ginestra
la polvere tornerà e 
quel giorno anche noi torneremo
e resteremo seduti a guardare la luce
e a godere di quel tempo senza peso
che sostiene anche quattro ossa in croce.
 
[Maria Luigia Longo, Poi verrà un giorno, da Rime private_Poesiesparse/Cantiere]
 
 



mercoledì 31 ottobre 2012

Forse avanzando


 
 
 
Forse avanzando nella nebbia degli anni,
a tratti più densa a tratti più rada, vedrò
la casa, quella casa, davanti a me e il vuoto
dietro, scartocciato in un incanto.


Poi come dapprima in uno sciame di fondo,
s'affolleranno visi voci movenze e poi
come a rappresentanza del presente.
Ma sarà tardi; e resterò in piedi a tenere
in equilibrio, col mio segreto dentro,
le parole che parlano il mio oggi.
 
[Maria Luigia Longo, Forse avanzando, da Rime private_Poesiesparse/Cantiere]
 
 

lunedì 22 ottobre 2012

Restano di quegl'anni




Restano di quegl'anni l'odore del fumo
delle stoppie bruciate e al mattino il pane
immerso nel caffellatte, l'acqua sul fuoco
il grembiule bagnato, lo squarcio nelle calze di nylon
e la notte ad attendere l'alba per uscire tra i filari
e cercare dietro le case vecchie il nuovo.
 

Dovevamo crescere con l'idea che nel buio
si cerca l'inizio si cerca la luce e seduti si resta
a parlare a scherzare e a fare domande persino su dio.

[Maria Luigia Longo, Restano di quegl'anni, da Rime private_Poesiesparse/Cantiere]
 

giovedì 18 ottobre 2012

La crepa.





La crepa si muove dall'ultimo piano al primo
e circonda la casa fino al filare di dietro.
Fa il giro intorno e si vede anche dalla finestra
della signora Angelina, di fronte.
La casa è quella dei miei nonni
e sarebbe rimasta così per sempre,
con il cancello grigio dell'ingresso i panni
stesi mossi dal vento le sedie davanti alla porta
per chi passa a fare due parole.
 


La finestrella piccola del bagno con la sua grata 
dava sulla soglia d'ingresso e noi bambini,
da bambini, spiavamo fuori per sentire i 
discorsi dei grandi, i fatti, le voci e la notte.
Mio nonno era appena morto quando la crepa
ha iniziato a muoversi e con lei le estati
i giorni le luci le rondini e i ricordi.


Mia nonna ha provato a sopravvivere al lutto
e a tenere insieme la casa le voci i figli
ma l'ordine è arrivato indifferibile
: è sfratto
e ognuno è andato a tenere insieme le voci
e i ricordi altrove, ognuno.


Nessuno ha capito che a volte altrove   
si muore e che andava tenuto lo sguardo
fisso, ferma la casa.
 

Mi ritrovo spesso qui: la vita e lo sguardo
a guardare nel buio a tenere in piedi la casa.
E ritramo le voci, i visi, le mani seduti
come quando era l'ora di trovarsi
tutti davanti al camino, con le voci che uniscono
le pignatte i fagioli
e le storie che nascono per custodire.
 
                       [Maria Luigia Longo, La crepa, da Rime private_Poesiesparse/Cantiere]
 

martedì 16 ottobre 2012

Luna e antenna.

 
 
 
Luna e antenna
come tante altre volte
luna e antenna.
Vedi come si cercano : con
ostentazione,
come se una fosse lei
l’unica vera nostra compassione,
come se l’altra lo credesse,
lo credesse
che una luna e un’antenna condividono per noi
la musica dei giovani
la pace degli ammalati
il silenzio dei morti
un cielo docile che non si muove
un occhio attento senza retina
una zanzara uccisa con il nostro sangue
e l’amore e il dolore che dobbiamo
al nostro piccolo museo.
(…)
 
 
(Stefano Dal Bianco, sezione “Una vita nuova" pag. 16)

Parigi, 17 febbraio 1903.



Egregio signore,
la sua lettera mi è giunta solo alcuni giorni fa. Voglio ringraziarla per la sua grande e cara fiducia. Poco altro posso. Non posso addentrarmi nella natura dei suoi versi, poiché ogni intenzione critica è troppo lungi da me. Nulla può toccare tanto poco un’opera d’arte quanto un commento critico: se ne ottengono sempre più o meno felici malintesi. Le cose non si possono tutte afferrare e dire come d’abitudine ci vorrebbero far credere; la maggior parte degli eventi sono indicibili, si compiono in uno spazio inaccesso alla parola, e più indicibili di tutto sono le opere d’arte, esistenze piene di mistero la cui vita, accanto all’effimera nostra, perdura.
Ciò premesso, mi sia solo consentito dirle che i suoi versi, pur non avendo una natura loro propria, hanno però sommessi e velati germi di una personalità. Con più chiarezza lo avverto nell’ultima poesia, La mia anima. Qui, qualcosa di proprio vuole farsi metodo e parola. E nella bella poesia A Leopardi affiora forse una certa affinità con quel grande solitario. Eppure quei poemi sono ancora privi di una loro autonoma fisionomia, anche l’ultimo e quello a Leopardi. La sua gentile lettera che li accompagnava; non manca di spiegarmi varie pecche che ho percepito nel leggere i suoi versi, senza però potervi dare un nome.
Lei domanda se i suoi versi siano buoni. Lo domanda a me. Prima lo ha domandato ad altri. Li invia alle riviste. Li confronta con altre poesie, e si allarma se certe redazioni rifiutano le sue prove. Ora, poiché mi ha autorizzato a consigliarla, le chiedo di rinunciare a tutto questo. Lei guarda all’esterno, ed è appunto questo che ora non dovrebbe fare.Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice «io devo» questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità. La sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi insegna e testimone di questa urgenza. Allora si avvicini alla natura. Allora cerchi, come un primo uomo, di dire ciò che vede e vive e ama e perde. Non scriva poesie d’amore; eviti dapprima quelle forme che sono troppo correnti e comuni: sono le più difficili, poiché serve una forza grande e già matura per dare un proprio contributo dove sono in abbondanza tradizioni buone e in parte ottime. Perciò rifugga dai motivi più diffusi verso quelli che le offre il suo stesso quotidiano; descriva le sue tristezze e aspirazioni, i pensieri effimeri e la fede in una bellezza qualunque; descriva tutto questo con intima, sommessa, umile sincerità, e usi, per esprimersi, le cose che le stanno intorno, le immagini dei suoi sogni e gli oggetti del suo ricordo. Se la sua giornata le sembra povera, non la accusi; accusi se stesso, si dica che non è abbastanza poeta da evocarne le ricchezze; poiché per chi crea non esiste povertà, né vi sono luoghi indifferenti o miseri. E se anche si trovasse in una prigione; le cui pareti non lasciassero trapelare ai suoi sensi i rumori del mondo, non le, rimarrebbe forse la sua infanzia, quella ricchezza squisita, regale, quello scrigno di ricordi? Rivolga lì la sua attenzione. Cerchi di far emergere le sensazioni sommerse di quell’ampio passato; la sua personalità si rinsalderà, la sua solitudine si farà più ampia e diverrà una casa al crepuscolo, chiusa al lontano rumore degli altri. E se da questa introversione, da questo immergersi nel proprio mondo sorgono versi, allora non le verrà in mente di chiedere a qualcuno se siano buoni versi. Né tenterà di interessare le riviste a quei lavori: poiché in essi lei vedrà il suo caro e naturale possesso, una scheggia e un suono della sua vita. Un’opera d’arte è buona se nasce da necessità. È questa natura della sua origine a giudicarla: altro non v’è. E dunque, egregio signore, non avevo da darle altro consiglio che questo: guardi dentro di sé, esplori le profondità da cui scaturisce la sua vita; a quella fonte troverà risposta alla domanda se lei debba creare. La accetti come suona, senza stare a interpretarla. Si vedrà forse che è chiamato a essere artista. Allora prenda
su di sé la sorte, e la sopporti, ne porti il peso e la grandezza, senza mai ambire al premio che può venire dall’esterno. Poiché chi crea deve essere un mondo per sé e in sé trovare tutto, e nella natura sua compagna.
Forse, però, anche dopo questa discesa nel suo intimo e nella sua solitudine, dovrà rinunciare a diventare un poeta (basta, come dicevo, sentire che senza scrivere si potrebbe vivere, perché non sia concesso). Ma anche allora, l’introversione che le chiedo non sarà stata vana. La sua vita in ogni caso troverà, da quel momento, proprie vie; e che possano essere buone, ricche e ampie, questo io le auguro più di quanto sappia dire.
Cos’altro dirle? Mi pare tutto equamente rilevato; e poi, in fondo, volevo solo consigliarla di seguire silenzioso e serio il suo sviluppo; non lo può turbare più violentemente che guardando all’esterno, e dall’esterno aspettando risposta a domande cui solo il sentimento suo più intimo, nella sua ora più quieta, può forse rispondere.
Mi ha rallegrato trovare nel suo scritto il nome del professor Horacek; serbo per quell’amabile studioso grande stima, e una gratitudine che non teme gli anni. Voglia, la prego, dirgli di questo mio sentimento; è molto buono a ricordarsi ancora di me, e lo so apprezzare.
Le restituisco inoltre i versi che gentilmente mi ha voluto confidare. E la ringrazio ancora per la grandezza e la cordialità della sua fiducia, di cui con questa risposta sincera, e data in buona fede, ho cercato di rendermi un po’ più degno di quanto io, un estraneo, non sia.

Suo devotissimo
Rainer Maria Rilke

(Da: Lettere a un giovane poeta Rainer Maria Rilke (Mondadori 1994)


Torino. Estate 1984.


Mia madre deve andare al mercato e stamattina ci lascia riposare. Noi bambine dormiamo in soggiorno perché la casa è molto piccola. Apro gli occhi e mi accorgo che non sono sola perché sento il respiro di mia sorella che dorme accanto a me. Non mi muovo e resto a guardare nella penombra gli oggetti nella stanza. I raggi del sole filtrano dalle imposte di legno marrone della portafinestra che dà sul terrazzo. Fa caldo, ma mi piace sentire sulle gambe nude il lenzuolo morbido. Improvvisamente realizzo che mia madre non c'è e che siamo sole.
Guardo verso le imposte e vedo che sono chiuse con il solito catenaccio nero che i miei usano quando
ci lasciano da sole in casa. Ho un senso di smarrimento e mi sento in trappola. All'improvviso arriva da una radio lontana la voce di Alice che canta I treni di Touzer. E' dolce e mi rassicura. Mia madre le somiglia molto e vorrei che avesse anche la sua stessa voce. 
 
(Ricordi in forma di narrazione)
 

Meditazione

 


Sfuma il turchino in un azzurro tutto
stelle. lo siedo alla finestra e guardo.
Guardo e ascolto; però chel in questo è tutta
la mia forza: guardare ed ascoltare.
La luna non è nata, nascerà
sul tardi. Sono aperte oggi le molte
finestre delle grandi case folte:
d'umile gente. E in me una verità
nasce, dolce a ridirsi, chi darà
gioia a chi ascolta, gioia da ogni cosa.
Poco invero tu stimi, uomo, le cose.
Il tuo lume, il tuo letto, la tua casa
sembrano poco a te, sembrano cose
da nulla, poi che tu nascevi e già
era il fuoco, la coltre era, la cuna
per dormire, per addormirti il canto.
Ma che strazio sofferto fu, e per quanto
tempo dagli avi tuoi, prima che una
sorgesse, tra le belve, una capanna,
che il suono divenisse ninna-nanna
per il bimbo, parola pel compagn.
Che millenni di strazi, uomo, per una
delle piccole cose che tu prendi,
usi e non guardi; e il cuore non ti trema,
non ti trema la mano;
ti sembrerebbe vano
ripensare ch'è poco
quanto all'immondezzaio oggi tu scagli;
ma che gemma non c'è che per te valga
quanto valso sarebbe un dl quel poco
La luna è nata che le stelle in cielo
declinano. Là un giallo
lume si è spento, fumido. Suonò
il tocco. Un gallo
cantò, altri risposero qua e là.

(Meditazione, Umberto Saba, Canzoniere)

mercoledì 19 settembre 2012

Estate 1983.




Eravamo in quattro: io, mia sorella - più piccola di me di due anni - e due cugini che si erano trasferiti all'estero con la propria famiglia. All'estero per me, allora, voleva semplicemente dire che abitavano fuori paese, festeggiavano il natale da soli e non potevano parlare il dialetto con nessuno, se non quando chiamavano di tanto in tanto a casa di nonna. C'incontravamo sempre e solo d'estate e ci divertivamo a compiere memorabili imprese per cui eravamo famosi in tutta la strada. Io risultavo la più capace di girare in montagna, in campagna e nei boschi. Seppur loro fossero più alti e forti di me e più grandi di un paio d'anni, erano ormai di città, come diceva nonna, e avevano paura di tutto: degli insetti, dei cani, dei rovi. Di correre. Allora avevo forse otto anni e io non avevo paura di niente. Una volta ci mettemmo in testa di montare da soli un'altalena proprio sull'albero più alto del bosco dei nonni. L'idea era venuta a Nicola - il cugino più grande - che voleva fare un regalo a zia Lucia che non saliva su un'altalena da almeno cinquant'anni, da molto prima della seconda guerra mondiale. L'avremmo aiutata noi a dondolarsi su e lei avrebbe riso. Zia Lucia aveva una così bella risata che non si può immaginare. Ci mettemmo quasi una settimana intera per preparare la tavola di legno da utilizzare come seduta, per trovare e regolare le corde e per salire sul ramo più resistente e annodarle in maniera che non si sciogliessero. Quando la zia morì improvvisamente avevamo soltanto fatto in tempo a fare un giro a testa sulla nostra altalena nuova e non ebbe modo neanche di vederla. Dopo non la usò più nessuno e quasi di colpo smettemmo persino di parlarne.
(Ricordo in forma di narrazione)




lunedì 10 settembre 2012

Balocchi di parole


Giocavamo a raccontarci i sogni, Sam e io, baloccandoci con le parole, lì nella sua cascina in via delle Frottole numero 3. Passava a prendermi tutti i giorni dopo il lavoro. Lavorava per tre giorni a settimana in un autolavaggio di proprietà di un amico del padre. Lui, ragazzone biondo dal viso tondo (così lo motteggiavo spesso io), in sella alla sua Atala rosso fuoco arrivava sotto la mia finestra e suonava per due volte il campanello della bici ed io, già pronto, scendevo e prendevo posto sul sellino posteriore. Percorrevamo in pochi minuti il centro, dove io abitavo, poi di corsa verso il lungomare, d’inverno deserto. Lo attraversavamo tutto e, quando ci sembrava di arrivare al limite massimo della scogliera, si allungava ancora e poi, ancora per non so quanti chilometri, arrivava fino alla cascina di Sam, attraverso una stradina polverosa.
Alla nostra sinistra, il mare spumoso devastava la costa, mentre ci lasciavamo alle spalle il paese che già cominciava ad illuminarsi. E più ci allontanavamo più la brezza s’alzava e il mare frangeva la quiete desolata di quel lembo d’Italia. Correva veloce, Sam sull’Atala riverniciata da poco, mentre io, rincantucciato dietro le sue spalle, mi riparavo dal freddo. Aveva spalle tanto larghe che per guardare avanti dovevo sporgermi di molto e tirare fuori la testa come un cucciolo dalla sua tana, ma lo facevo di rado e solo quando non avevo dimenticato a casa la sciarpa.
Lungo la strada lui canticchiava sempre e mi metteva di buon umore.
L’abbaiare festoso di Attila, pastore maremmano perennemente incatenato davanti alla porta d’ingresso, era il segno che eravamo arrivati.
-Se ne sta tutto il giorno accucciato, questo grassone!- diceva sempre Sam, accarezzandolo lungamente e arruffandogli il pelo ispido e sporco di terra. Io rimanevo a guardarli per un po’ poi distoglievo lo sguardo, per non turbare quel loro strano momento di intimità (non avevo mai visto Sam tanto tenero come quando accarezzava il suo cane) o forse perché tanta tenerezza turbava me: la dolcezza di un uomo ancora oggi un po’ m’imbarazza.
Tutt’intorno c’erano alberi di mandarini, arance e limoni e in fondo, lontanissimo, irraggiungibile… il mare.
Dietro, a qualche chilometro di distanza dalla casa, nascosta anch’essa dagli alberi, s’intuiva dallo strepito del treno l’esistenza della ferrovia: un unico binario che in due ore e venti minuti collegava il paese al capoluogo.
La cascina, una costruzione non dipinta formata da appena due stanze (una per piano) collegate tra loro da una scala interna in legno, era rimasta chiusa per anni, da quando cioè il nonno – che se ne occupava – era morto, precedendo di soli sei mesi la moglie, nonna Mena. Sam era molto legato a quel luogo e adesso che era diventato più grande aveva deciso di occuparsene. Era quieto, Sam e in quel posto lo diventava ancora di più.
Noi ci andavamo quasi tutte le sere: spalancavamo le finestre, tenendole aperte quell’attimo che basta per dileguare dalla stanza quel fastidioso odore di chiuso – come di muffa attaccata alle pareti in pietra – poi, accendevamo il camino (io prendevo la legna accatastata nel sottoscala e Sam l’attizzava) quindi ci mettevamo a sedere, lì vicino al fuoco. Stavamo sempre uno di fronte all’altro. Mi guardava a stento Sam, teneva invece lo sguardo fisso sulla legna che ardeva. Capo chino, fumava inspirando il fumo a boccate lente, profonde…lunghe.
In genere bevevamo vino rosso.
A volte mangiavamo pane abbrustolito condito con sale e olio d’oliva o, altre, patate cotte sotto la cenere.
Poi all’improvviso cominciava a parlare, sorretto da parole che sembravano giungere da lontano, come scortato da esse. Non ho mai ben capito perché si decidesse a parlare. Mi raccontava qualche episodio della sua infanzia, avvenuto in quel casolare e di quando la famiglia si ritrovava lì, tutta al completo. Parlava dei suoi nonni quando lavoravano e vivevano lì, dei riti del lavorare la terra, delle stagioni e delle abitudini che le accompagnavano e, in un certo senso, scandivano. E di come si avvicendavano la preparazione del vino, dell’olio, del salame, la raccolta degli agrumi, la vendita in paese e nei paesi limitrofi, la preparazione delle marmellate. Diceva che quelli erano eventi precisi della terra e che, durante ognuno di essi, il cielo si vestiva di un colore diverso, appropriato (lui adoperò la parola giusto). Più grande di me di appena due anni, quando parlava sembrava già adulto, un uomo fatto che si faceva nel momento in cui parlava. Quasi che fossero proprio le parole e soprattutto alcune – quali terra, cielo, rito, sangue…- a dargli dignità di uomo, perché esse stesse depositarie di senso, di una forza propria. Seguivo, ascoltandolo, i movimenti della linea irregolare che gli attraversava la fronte, pareva essere congiunta – come affratellata – alle labbra e quando queste si adoperavano in un sorriso quella pure si tendeva, dileguandosi.
Era quieto, Sam e quando raccontava lo era ancora di più.
Alcune sere leggevamo qualche passo del libro di Alvaro che mi aveva regalato mio padre, Gente in Aspromonte, altre invece c’intrattenevamo con qualche poeta. Albino Pierro era il suo preferito. – Le sue parole sono come pietre – diceva. Amavo leggere a voce alta e lui amava ascoltare, dopo commentavamo oppure lasciavamo le idee perdersi nei pensieri. In silenzio.
Una sera anch’io ho incominciato a fumare.
-Respira a fondo. Lungamente! Esclama lentamente, mentre inspiri, Mamma mia! E imparerai subito, vedrai! – mi disse il buon Sam.
Tre colpi di tosse, una fitta nel petto…e via! Anch’io a far parte del popolo dei fumatori!
Ai ricordi, poi, seguivano i sogni.
Nascevano da giocose associazioni verbali, da catene di immaginifici significanti. Restavamo incatenati alle parole per ore ed ore, baloccandoci con esse fino a notte fonda. Il gioco voleva che a turno ognuno dicesse una parola o addirittura una frase che per assonanza richiamasse quella precedente, estendendone il senso o contrariandolo, secondo quello che in noi suggeriva. Bosco,fosco, nero, vero, velo, fumo, fuoco, fioco, spento, lento, mento, sgomento, spavento, scontento, argomento, libro, storie, favole, narrazione, nazione, Italia, sud, nord, terra, zolla, sudore, dolore, stupore, sapore, dolce, amaro, aspro, selvaggio, foraggio, coraggio, omaggio, viaggio, fuga…

Bosco,
nero velo
fuoco spento
spavento…
Argomento:
zolla
dolore
sapore amaro
selvaggio.
(viaggio-fuga)

Mangiare piano                                                     guidare piano
suonare il piano                                                     cantare
applaudire                                                              lusingare
donna                                                                     donna amata
mano armata                                                         bandito
brigante                                                                 rivolta
giravolta                                                               ogni volta
prima volta                                                           capovolta…

Potevamo andare avanti per ore ed ore: interrompevamo la catena verbale solo quando una parola suggeriva un avvenimento importante o un’emozione che subito raccontavamo.
A volte parlava in maniera un po’ strana, ma le sue parole trovavano sempre qualche corrispondenza in me. Intrecciava passato e presente in frasi che più che la sintassi seguivano invece il flusso di coscienza.
-Hai mai nutrito i desideri di una donna?- chiese, non attendendo risposta.
Era fine aprile, un aprile di due anni prima. Il sole avanzava languido in cielo, irretito da nuvole acquose. Minacciava pioggia da ore e dai boschi intorno s’alzava un odore pungente di terra umida. L’ampia piazza quadrata era gremita di gente: era domenica e gli anziani in gruppi discutevano di politica…
La pioggia non arrivò, arrivò invece lei: annunciata da un sorriso sfrontato incorniciato da labbra carnose e sorretta da gambe che avanzavano sicure. Era bella. A lui mancarono parole e per un attimo si sorprese a sorridere fuori dai denti. Qualcuno li presentò e divennero subito amanti. Era bello accarezzarle i capelli – disse – un rapimento baciarla…
Anna fu il suo primo amore.
Era quieto, Sam anche quando parlava del futuro. Io no. Lui sapeva già tutto: voleva sposarsi e avere dei figli, un cane; forse vivere lì.
Io di me non sapevo ancora niente. Mi pareva di vivere già solo quando Sam raccontava qualcosa nel suo modo sognante e io accavallavo mie parole alle sue.
Giocavamo così, Sam e io.
Quando, poi, tutti i discorsi si compivano, placavamo gli animi, spegnevamo il fuoco e tornavamo a casa, ciascuno con le proprie amenità. E senza più parole.
Ora sono qui, nella capitale, a cercare da anni di far quadrare i conti di qualcun altro, ma ripenso spesso al buon Sam e al suo lieve modo di porsi, al suo guardare nelle cose e al suo discreto porgere l’orecchio al mondo. Sèguita a crescere in me Sam, affabulando dolcemente.

(Maria Luigia Longo, da Trilogia dell'incontro ed altre storie e classificato al terzo posto del concorso Luigi Gullo, un racconto inedito per il sud)

domenica 29 luglio 2012

Qui tutto è ormai



qui tutto è ormai

consunto, una lingua

opaca che misura

gli strappi del tempo

e non è ora l'ora

tua che attendevi

e che offrendosi a te

si fa spavento



la linea del corpo

rotto, l'incanto s'attarda,

segue le ombre attorno

a voci non-voci non-detti

e sfuma il riverbero

di suoni cangianti



il non mai detto

sta per rompere

gli argini.

(Poesie sparse_luglio2012_m.luigialongo)



Quello il segnale.



“Buongiorno”, disse l’ippopotamo.

Il barista si voltò di scatto.

"Buongiorno!", replicò guardandola dalla testa ai piedi. Non smettendo di lucidare i bicchieri dell'amaro, la soppesò dal basso in alto. Le décolleté di pelle nera, messe per l'occasione, i piedi gonfi strizzati come a voler esplodere da un momento all'altro, quelle caviglie che sottili non lo erano probabilmente mai state neanche quand'era bambina e, adesso imbrigliate nella calze a rete nere, lasciavano intuire tutta la carnalità che i suoi movimenti sapevano assumere. Mentre asciugava i contenitori per il cibo a buffet appena servito, risaliva con lo sguardo quelle calze e, all'altezza della coscia, trovava la solita smagliatura verticale che, allargando la rete, lasciava fuoriuscire prepotentemente quella carne di cui pregustava il sapore.

"Buongiorno!" disse ancora l'ippopotamo, questa volta un po' ansante.

"Buongiorno!", rispose il barista andando verso la porta e chiudendola a chiave dall'interno. L'ippopotamo si voltò di scatto fingendo di leggere il quotidiano lasciato aperto da qualcuno sul tavolino e, appoggiando appena la mano allo schienale della sedia, sollevò il piede all'indietro, piegando il ginocchio. Lasciò così in evidenza la parte del suo corpo che lo faceva letteralmente impazzire. Quella montagna di donna, quell'ippopotamo come la chiamavano le mogli gelose del quartiere, era là per lui come ogni giovedì e il terzo "buongiorno!" fra loro era il segnale che dava inizio ad un'ora del miglior sesso che avesse mai fatto.

"Buongiorno, dunque!", disse infine, cingendole con entrambe le mani i fianchi.

E l'ippopotamo, liberando il collo dai capelli, concluse "Buongiorno, caro!".

(Eserciziescherzi_luglio 2012_m.luigialongo)

sabato 30 giugno 2012

dormivo su una pagina ogni notte



dormivo su una pagina ogni notte 
bianca. Il mattino 
un’ombra del mio peso, alcune pieghe
 e subito voltava: proseguire
è questo a capo del principio,
bocca che passa calore
 all’aria come potesse svegliarsi
 essere ancora salvata.


(da Pasta Madre, Franca Mancinelli)

martedì 1 maggio 2012

Collaborazioni.




Il silenzio di questi mesi è stato in realtà ricerca di parole.
Sto ultimando una collaborazione con un amico 
e presto vedrà la luce un libro ricco di esperienze
visive e poetiche.
E ricco di storie:
la mia, la sua e quella dei volti che si avvicenderanno
nella pagine.
Un libriccino piccolo piccolo per dimensioni, 
ma grande quanto lo spazio
del viaggio che ciascun uomo compie per
arrivare a sé e incontrare il mondo.


Restate in attesa e ancora in contatto!
Presto saprò dirvi di più,
m.l.

mercoledì 7 marzo 2012

Anillos de ceniza/Anelli di cenere


(a Cristina Campo)

Son mis voces cantando
para que no canten ellos,
los amordazados grismente en el alba,
los vestidos de pájaro desolado en la lluvia.

Hay, en la espera,
un rumor a lila rompiéndose.
Y hay, cuando vien el día,
una partición del sol en pequeños soles negros.
Y cuando es de noche, siempre,
una tribu de palabras mutiladas
busca asilo en mi garganta,
para que non canten ellos,
los funestos, los dueños del silencio.




(a Cristina Campo)

Sono le mie voci che cantano
affinché non cantino loro,
gli imbavagliati grigi nell’alba,
i vestiti di un uccello devastato nella pioggia.

C’è, nell’attesa,
un rumore di lillà che si rompe.
E c’è, quando arriva il giorno,
una partizione del sole in piccoli soli neri.
E quando è notte, sempre,
una tribù di parole mutilate
cerca asilo nella mia gola,
perché non cantino loro,
i funesti, i padroni del silenzio.


(Alejandra Pizarnik)

domenica 19 febbraio 2012

Ora che è capovolta la clessidra




Ora che è capovolta la clessidra,
che l'avvenire, questo caldo sole,
già mi sorge alle spalle, con gli uccelli
ritornerò senza dolore
a Bellosguardo. là posai la gola
su verdi ghigliottine di cancelli
e di un etemo rosa
vibravano le mani. Denudate di fiori.

Oscillante tra il fuoco degli uliveti,
brillava Ottobre antico, nuovo amore.
Muta, affilavo il cuore
al taglio di impensabili aquiloni
(già prossimi, già nostri, già lontani):
aeree bare, tumuli nevosi
del mio domani giovane, del sole.

Ora non resta che vegliare sola
col salmista, coi vecchi di Colono;
il mento in mano alla tavola nuda
vegliare sola: come da bambina
col califfo e il visir per le vie di Bassora.

Non resta che protendere la mano
tutta quanta la notte; e divezzare
l'attesa della sua consolazione,
seno antico che non ha più latte.

Vivere finalmente quelle vie
- dedalo di falò, spezie, sospiri
da manti di smeraldo ventilato -
col mendicante livido, acquattato
tra gli orli di una ferita.


 
(Cristina Campo da "Gli invisibili", La Finestra editrice, 2008)

lunedì 13 febbraio 2012

La nostra marcia


Battete sulle piazze il calpestio delle rivolte!
In alto, catena di teste superbe!
Con la piena del secondo diluvio
laveremo le città dei mondi.
Il toro dei giorni è screziato.
Lento è il carro degli anni.
La corsa il nostro dio.
Il cuore il nostro tamburo.
Che c'è di più divino del nostro oro?
Ci pungerà la vespa d'un proiettile?
Nostra arma sono le nostre canzoni.
Nostro oro sono le voci squillanti.
Prato, distenditi verde,
tappezza il fondo dei giorni.
Arcobaleno, dà un arco
ai veloci corsieri degli anni.
Vedete, il cielo ha noia delle stelle!
Da soli intessiamo i nostri canti.
E tu, Orsa maggiore, pretendi
che vivi ci assumano in cielo!
Canta! Bevi le gioie!
Primavera ricolma le vene.
Cuore, rulla come tamburo!
Il nostro petto è rame di timballi.


         (La nostra marcia, Vladimir Majakovskij)

domenica 12 febbraio 2012

C'ero soltanto


            C'ero soltanto.
            C'ero. Intorno
            cadeva la neve


                  (Kobayashi Issa)



giovedì 26 gennaio 2012

Indifferenza



Io sono - mentre tu in potenza d'essere

rimani muto

a quasi chiedere

d’essere riconosciuto umano

e in questo vuoto di parola

vessato smarrito annerito

da un'esistenza non significata

ancora forse ti stupisci di quest'accoglienza

afasica e brancoli malconcio in una Terra

che non sa più [...] non sa di [...] non può [...]



E anche io in questo silenzio inospitale

ricerco almeno una parola

per dire ancora

io sono e non soltanto

ricordo sconfitto [...] d'un'umanità

senza futuro.


                                       Inedito di Maria Luigia Longo (aprile/maggio 2011)


E si fè pétre u core




Ci uéra passè cuntentenda stu frusce,
mo ca sta chèpa méje è nu battàgghje
ca ni scàfete u core a na campène.


Nun m'arricorde cchiù si c'éte u munne
alligistrète e ferme nda nu mòzziche
di tinàgghie,
o si c'è sempre stète, com'a mo,
stu routamente
di cose ca ci grìrene e s'arràjene
ci s'arràggene e fìschene e su' diàue
a cavalle d'u vente.

E accussì 'a matasse si mbrògghiete
e si fè pétre u core
addù cchiù nente si ssògghiete.


E si fa pietra il cuore // Vorrei passarci contento / in questo fracasso / or che questa mia testa è un battaglio / che glielo scava il cuore a una campana. // Non mi ricordo più se c'è il mondo / ordinato e immobile in un morso / di tenaglie, / o se ci è sempre stato, come adesso / questo rivolgimento / di cose che ci gridano e s'azzuffano / ci s'arrabbiano e fischiano e son diavoli / a cavallo del vento. // E così la matassa s'imbroglia / e si fa pietra il cuore / dove più niente si scioglie.

          (Albino Pierro)

martedì 24 gennaio 2012

Sono Donne che Sanno



Sono donne che sanno
così bene di mare
che all’arietta che fanno
a te accanto al passare
senti sulla tua pelle
fresco aprirsi di vele
e alle labbra d’arselle
deliziose querele.

(Giorgio Caproni)


domenica 22 gennaio 2012

D'un alto monte onde si scorge il mare




D'un alto monte onde si scorge il mare

miro sovente io, tua figlia Isabella,

s'alcun legno spalmato in quello appare,

che di te, padre, a me doni novella.

Ma la mia adversa e dispietata stella

non vuol ch'alcun conforto possa entrare

nel tristo cor, ma, di pietà rubella,

ha salda speme in piano fa mutare;

ch'io non veggo nel mar remo nè vela

(così deserto è l'infelice lito)

che l'onde fenda o che la gonfi il vento.

Contra Fortuna allor spargo querela,

ed ho in odio il denigrato sito,

come sola cagion del mio tormento.





                (Isabella Morra, Valsinni, 1520-1546)


domenica 15 gennaio 2012

È o mundo do desejo




È o mundo do desejo

senti-o dentro de mim

e isso mudou minha vida.


Fez-me estremecer

em um impulso de total penetração


Está em mim

vive

palpìta

e não me dá paz.


Mas, ao mesmo tempo,

me extasìa la idea

de estremecer-me outra vez

e cada vez mais

ao lembrar-me daquela primeira vez. 


                    (Maria Luigia Longo, inedito, 2000-2011)



lunedì 9 gennaio 2012







"Quando mi ha sorriso ho perso la speranza. Non subito. Ma quasi. Riconoscevo quegli occhi, li avevo già visti troppe volte addosso a facce identiche alla sua. Persino le sue labbra piegate all’insù mi erano familiari. E il tono della voce, quasi incrinato dalla spasmodica ricerca di una personalità che, alla resa dei conti, poteva dirsi originale come l’annuncio di un’offerta speciale ripetuto dagli altoparlanti del supermercato. Ecco, proprio quella era l’unica cosa che le mancava. Un’etichetta con il codice a barre stampata sulla fronte: in alto il prezzo e, subito sotto, le istruzioni per l’uso del corpo. [...]"



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