sabato 31 agosto 2013

Schierandosi / Weighing In



Il peso da 56 libbre. Solida unità di ferro
della negazione; marchiata e fusa con un tramezzo,
una corta traversa forgiata per maniglia,
spessa come un piolo,

Peso squadrato dall'aspetto innocuo,
finché non provi a sollevarlo, quindi un scricchiolio d'ossa,
forza disintegra-vita.

Nera scatola di gravità, l'inamovibile
stampo, tarchiata radice del peso morto.
Eppure prova a controbilanciarlo

con un altro peso posto su una basculla
- una basculla ben calibrata, oleata di fresco -
e ogni cosa trema, si effonde di dare e avere.

*
E a questo ammontano le buone notizie:
questo principio del sopportare, del far buon viso
a cattivo gioco e dare il proprio appoggio dovendo solo

controbilanciare con il proprio ciò che è intollerabile
negli altri, dovendo sopportare
qualsiasi cosa sia stata concordata e accettata

contro il nostro migliore giudizio. La sofferenza
passiva fa andare in tondo il mondo.
Pace sulla terra, uomini di buona volontà, tutto ciò

porta bene finché l'equilibrio tiene,
il piatto sorge fermo e lo sforzo dell'angelo
si prolunga fino a un grado sovrumano.

*
Rifiutare l'altra guancia, lanciare la pietra,
non agire così, alle volte, non contrastare
l'adempiente che ti offende d'essere

è fallire il colpo, te stesso, la regola intrinseca.
Maledici chi ti ha colpito! Quando i soldati beffeggiarono
Gesù bendato ed Egli, a sua volta, non li irrise

non si offesero né impararono nulla, tuttavia
qualcosa fu reso manifesto - il potere
del potere non esercitato, della speranza intuita

dagli impotenti, per sempre! Tuttavia, per Cristo,
fammi un favore, almeno per questa volta:
maledici, dai scandalo, lancia la pietra.

*
Due aspetti in ogni questione, certo, certo....
ma ogni tanto, schierarsi è la sola cosa
a cui si può ricorrere e senza

discolparsi o compatirsi.
Ahimè, una sera che ci voleva un colpo a seguire,
e un colpo secco t'avrebbe fatto rodere d'invidia,

replicasti ch' era la mia limitatezza
a mantenermi destro, e avesti una mia prima resa.
Mi trattenni quando avrei dovuto invece darci dentro

e persi (mea culpa) il mordente.
Una cavalleria del tutto fuori luogo, vecchio mio.
A questo punto, solo un colpo basso lava l'onta.


Weighing In

The 56 lb. weight. A solid iron
Unit of negation. Stamped and cast
With an inset, rung-thick, molded, short crossbar

For a handle. Squared-off and harmless-looking
Until you tried to lift it, then a socket-ripping,
Life-belittling force -

Gravity's black box, the immovable
Stamp and squat and square-root of dead weight.
Yet balance it

Against another one placed on a weighbridge -
On a well-adjusted, freshly greased weighbridge -
And everything trembled, flowed with 'give and take.

And this is all the good tidings amount to:
This principle of bearing, bearing up
And bearing out, just having to

Balance the intolerable in others
Against our own, having to abide
Whatever we settled for and settled into

Against our better judgment. Passive
Suffering makes the world go round.
Peace on earth, men of good will, all that

Holds good only as long as the balance holds,
The scales ride steady and the angels' strain
Prolongs itself at an unearthly pitch.

*
To refuse the other cheek. To cast the stone.
Not to do so some time, not to break with
The obedient one you hurt yourself into

Is to fall the hurt, the self, the ingrown rule.
Prophesy who struck thee! When soldiers mocked
Blindfolded Jesus and he didn't strike back

They were neither shamed nor edified, although
Something was made manifest - the power
Of power not exercised, of hope inferred

By the powerless forever. Still, for Jesus' sake,
Do me a favour, would you, just this once?
Prophesy, give scandal, cast the stone.

Two sides to every question, yes, yes, yes...
But every now and then, just weighing in
Is what it must come down to, and without

Any self-exculpation or self-pity.
Alas, one night when follow-through was called for
And a quick hit would have fairly rankled,

You countered that it was my narrowness
That kept me keen, so got a first submission.
I held back when I should have drawn blood

And that way (mea culpa) lost an edge.
A deep mistaken chivalry, old friend.
At this stage only foul play cleans the slate.

(Seamus Heaney, Castledawson, 13 aprile 1939 – Dublino, 30 agosto 2013)


giovedì 29 agosto 2013

Ci penso ogni notte, volubile ora



Ci penso ogni notte, volubile ora
di andare altrove: via domani dalle tue mani.
Ma sul far del giorno il primo passo fuori porta
mi ricorda del nostro amore, amore mio,
e non lascia che al passo segua altro passo.

Vedo ognuno innamorarsi d’ogni cosa e d’ogni volto
ma per chi mai se non te potremmo noi appassionarci?
Solo questo ti basti, te lo dico:
che mai nello specchio delle mie fantasie
l’effige d’altri volti fatti corpo
si tinse come te di bellezza.

Ricorda l’amore struggente di Vāmeq per ‘Azrā di Paros
si rinnova oggi in noi quell’antico racconto.
È tempo ormai che rose e giacinti ricolmino le valli
per giardini se ne vanno le genti cantando.
Nuove pene ogni mattino nel tempo dei giorni
non importa – mi dico – se il dolore si aggiunge al dolore.

Ma sarà per me poi solo questa la vita?
Va bene, sopporto quest’oggi, e anche domani.

(Sa‘di di Sciraz  - XIII d. C.- traduzione Domenico Arturo Ingenito)

mercoledì 28 agosto 2013

Il cucchiaio col gallo.



Tutte le estati quando tornava dai nonni lo trovava seduto, così come l’aveva lasciato l’anno prima: sul gradino di casa sua, davanti al tavolino da lavoro. Faceva posate decorative in legno con suo padre. Camicia, gilet di pelle su pantaloni dello stesso colore, adidas blu.
Era impolverato di segatura: ne aveva a mucchi sotto al tavolo.
Aveva una ruga profonda al posto delle labbra.
- Ciao! Lo vuoi un po’ di formaggio per la pasta?- e sorrideva.
- No, voglio un cucchiaio col gallo.
Glielo chiese per tutta l’estate.
L’ultimo giorno ebbe il suo bel cucchiaio. Il cucchiaio era lui.

(Maria Luigia Longo, Cucchiaio col gallo, luglio 2013)

Incapace di odiare



Che io sia incapace di odiare ciò che è necessario amare
Che io non possa esistere in un mondo che consente
un bimbo abbandonato in un parco un uomo morto sulla sedia elettrica
Che io sia capace di ridere di tutte le cose
dl tutte quelle che so e quelle che non so per nascondere il mio dolore
Che dica di essere un poeta e perciò amo ogni uomo
sapendo che le mie parole sono la riconosciuta profezia di ogni uomo
e le mie non parole un non minore riconoscimento,
che io sia multiforme
uomo che Insegue le grandi bugie dell’oro
poeta che vaga tra ceneri luminose
come mi immagino
un sonno con denti di squalo un mangia-uomini di sogni

Allora non ho bisogno di esser davvero esperto di bombe
Per fortuna perché se le bombe ml sembrassero larve
non dubiterei che diventerebbero farfalle.

(Bomb, Gregory Corso)


martedì 27 agosto 2013

da La sonata al chiaro di luna



Lasciami venire con te. Che luna stasera!
La luna è buona – non si vedrà
che si sono imbiancati i miei capelli. La luna
me li farà di nuovo biondi. Non te ne accorgerai.
Lasciami venire con te. [...].

Ci sederemo un poco sul muretto, sull’altura,
e rinfrescandoci al vento di primavera
forse immagineremo pure di volare,
perché spesso, e perfino ora, sento il fruscio della mia veste
che pare il battito di due ali forti,
e quando ti chiudi in questo rumore del volo
senti irrigidirsi il collo, i fianchi, la tua carne,
e cosí stretto nei muscoli del vento azzurro,
nei nervi robusti dell’altezza,
non ha importanza che tu parta o torni
né conta che i miei capelli siano bianchi,
(non è questo che mi dà pena – mi dà pena
che non mi s’imbianchi anche il cuore).
Lasciami venire con te.

Lo so, ciascuno cammina da solo verso l’amore,
solo verso la gloria e la morte.
Lo so. L’ho provato. Non giova a niente.
Lasciami venire con te. [...].



(Ghiannis Ritsos, traduzione di Nicola Crocetti, Delfi. La sonata al chiaro di luna, Crocetti Editore 2012)


domenica 25 agosto 2013

Di là.



La sera non è sera se non sono accese tutte le luci nelle stanze delle case di fronte. Il palazzo di mattoncini rossi con i balconi in cemento grigio è il più alto di tutti e l’ultimo a spegnersi. 
Si accende prima la finestra centrale dell’ultimo piano, poi quella di destra del secondo, poi rincasa la ragazza dell’appartamento centrale del primo. Infine quella dell’appartamento di sinistra del secondo piano. Terzo, secondo, primo, secondo. 
Alle dieci formano un rombo illuminato. Si spengono in ordine sparso. Ieri per tutta la notte è rimasta accesa la luce del primo piano. 
Qualcosa è accaduto.

(Maria Luigia Longo, Di là, luglio 2013)


Ritorno



Hai approfittato del mio posto vuoto,
per farmici trovare il tuo corpo,
madido di aromi, carico di umori

Avevi detto che non saresti andata
mai via, se fosse dipeso da te
Che avresti voluto vivere così,

anche avvinghiata al mio essere
senza desiderare più nient'altro,
perché da piccola ero nel tuo sogno!

E c’avevo creduto, per non perdere
l'abitudine al pensiero forte,
quello che ti fa sentire vincente,

ed anche un po' egoista ed arrogante.
Perché c'è sempre stata lei, a suffragare
i tuoi fuochi d'artificio, e le tue irrealtà.

Poi, quando il vuoto s’è impossessato
del progetto di vita, che avevi per lei,
mai conosciuta ancora dagli altri,

non hai più osato credere a un ritorno,
come se nulla fosse mai accaduto
fra un alambicco di fantasie e speranze,

col museo degli orrori che, intanto,
avevi già avuto tutto il tempo
di costruirti puntigliosamente attorno.

Ora ce l'hai davanti, è lei di nuovo
Con il suggerimento delle storie passate,
per quanto distorte e massacrate

da un bisogno d'estasi o autopunizione,
perché alla fine ti potessi ritrovare
in quel suo posto vuoto, mai lasciato

Quando sentivi, nel tuo muto dolore,
il filo che v’univa, in barba al mondo!
Ora lei è qui, lo sguardo nello sguardo

Sta per baciarti e tu la vuoi per sempre
come se l’Amore non dovesse realizzare
neanche un attimo, che se ne sia mai andato!

(Ferny Max)