domenica 29 luglio 2012

Qui tutto è ormai



qui tutto è ormai

consunto, una lingua

opaca che misura

gli strappi del tempo

e non è ora l'ora

tua che attendevi

e che offrendosi a te

si fa spavento



la linea del corpo

rotto, l'incanto s'attarda,

segue le ombre attorno

a voci non-voci non-detti

e sfuma il riverbero

di suoni cangianti



il non mai detto

sta per rompere

gli argini.

(Poesie sparse_luglio2012_m.luigialongo)



Quello il segnale.



“Buongiorno”, disse l’ippopotamo.

Il barista si voltò di scatto.

"Buongiorno!", replicò guardandola dalla testa ai piedi. Non smettendo di lucidare i bicchieri dell'amaro, la soppesò dal basso in alto. Le décolleté di pelle nera, messe per l'occasione, i piedi gonfi strizzati come a voler esplodere da un momento all'altro, quelle caviglie che sottili non lo erano probabilmente mai state neanche quand'era bambina e, adesso imbrigliate nella calze a rete nere, lasciavano intuire tutta la carnalità che i suoi movimenti sapevano assumere. Mentre asciugava i contenitori per il cibo a buffet appena servito, risaliva con lo sguardo quelle calze e, all'altezza della coscia, trovava la solita smagliatura verticale che, allargando la rete, lasciava fuoriuscire prepotentemente quella carne di cui pregustava il sapore.

"Buongiorno!" disse ancora l'ippopotamo, questa volta un po' ansante.

"Buongiorno!", rispose il barista andando verso la porta e chiudendola a chiave dall'interno. L'ippopotamo si voltò di scatto fingendo di leggere il quotidiano lasciato aperto da qualcuno sul tavolino e, appoggiando appena la mano allo schienale della sedia, sollevò il piede all'indietro, piegando il ginocchio. Lasciò così in evidenza la parte del suo corpo che lo faceva letteralmente impazzire. Quella montagna di donna, quell'ippopotamo come la chiamavano le mogli gelose del quartiere, era là per lui come ogni giovedì e il terzo "buongiorno!" fra loro era il segnale che dava inizio ad un'ora del miglior sesso che avesse mai fatto.

"Buongiorno, dunque!", disse infine, cingendole con entrambe le mani i fianchi.

E l'ippopotamo, liberando il collo dai capelli, concluse "Buongiorno, caro!".

(Eserciziescherzi_luglio 2012_m.luigialongo)

sabato 30 giugno 2012

dormivo su una pagina ogni notte



dormivo su una pagina ogni notte 
bianca. Il mattino 
un’ombra del mio peso, alcune pieghe
 e subito voltava: proseguire
è questo a capo del principio,
bocca che passa calore
 all’aria come potesse svegliarsi
 essere ancora salvata.


(da Pasta Madre, Franca Mancinelli)

martedì 1 maggio 2012

Collaborazioni.




Il silenzio di questi mesi è stato in realtà ricerca di parole.
Sto ultimando una collaborazione con un amico 
e presto vedrà la luce un libro ricco di esperienze
visive e poetiche.
E ricco di storie:
la mia, la sua e quella dei volti che si avvicenderanno
nella pagine.
Un libriccino piccolo piccolo per dimensioni, 
ma grande quanto lo spazio
del viaggio che ciascun uomo compie per
arrivare a sé e incontrare il mondo.


Restate in attesa e ancora in contatto!
Presto saprò dirvi di più,
m.l.

mercoledì 7 marzo 2012

Anillos de ceniza/Anelli di cenere


(a Cristina Campo)

Son mis voces cantando
para que no canten ellos,
los amordazados grismente en el alba,
los vestidos de pájaro desolado en la lluvia.

Hay, en la espera,
un rumor a lila rompiéndose.
Y hay, cuando vien el día,
una partición del sol en pequeños soles negros.
Y cuando es de noche, siempre,
una tribu de palabras mutiladas
busca asilo en mi garganta,
para que non canten ellos,
los funestos, los dueños del silencio.




(a Cristina Campo)

Sono le mie voci che cantano
affinché non cantino loro,
gli imbavagliati grigi nell’alba,
i vestiti di un uccello devastato nella pioggia.

C’è, nell’attesa,
un rumore di lillà che si rompe.
E c’è, quando arriva il giorno,
una partizione del sole in piccoli soli neri.
E quando è notte, sempre,
una tribù di parole mutilate
cerca asilo nella mia gola,
perché non cantino loro,
i funesti, i padroni del silenzio.


(Alejandra Pizarnik)

domenica 19 febbraio 2012

Ora che è capovolta la clessidra




Ora che è capovolta la clessidra,
che l'avvenire, questo caldo sole,
già mi sorge alle spalle, con gli uccelli
ritornerò senza dolore
a Bellosguardo. là posai la gola
su verdi ghigliottine di cancelli
e di un etemo rosa
vibravano le mani. Denudate di fiori.

Oscillante tra il fuoco degli uliveti,
brillava Ottobre antico, nuovo amore.
Muta, affilavo il cuore
al taglio di impensabili aquiloni
(già prossimi, già nostri, già lontani):
aeree bare, tumuli nevosi
del mio domani giovane, del sole.

Ora non resta che vegliare sola
col salmista, coi vecchi di Colono;
il mento in mano alla tavola nuda
vegliare sola: come da bambina
col califfo e il visir per le vie di Bassora.

Non resta che protendere la mano
tutta quanta la notte; e divezzare
l'attesa della sua consolazione,
seno antico che non ha più latte.

Vivere finalmente quelle vie
- dedalo di falò, spezie, sospiri
da manti di smeraldo ventilato -
col mendicante livido, acquattato
tra gli orli di una ferita.


 
(Cristina Campo da "Gli invisibili", La Finestra editrice, 2008)

lunedì 13 febbraio 2012

La nostra marcia


Battete sulle piazze il calpestio delle rivolte!
In alto, catena di teste superbe!
Con la piena del secondo diluvio
laveremo le città dei mondi.
Il toro dei giorni è screziato.
Lento è il carro degli anni.
La corsa il nostro dio.
Il cuore il nostro tamburo.
Che c'è di più divino del nostro oro?
Ci pungerà la vespa d'un proiettile?
Nostra arma sono le nostre canzoni.
Nostro oro sono le voci squillanti.
Prato, distenditi verde,
tappezza il fondo dei giorni.
Arcobaleno, dà un arco
ai veloci corsieri degli anni.
Vedete, il cielo ha noia delle stelle!
Da soli intessiamo i nostri canti.
E tu, Orsa maggiore, pretendi
che vivi ci assumano in cielo!
Canta! Bevi le gioie!
Primavera ricolma le vene.
Cuore, rulla come tamburo!
Il nostro petto è rame di timballi.


         (La nostra marcia, Vladimir Majakovskij)