Desiderio delle tue mani chiare
nella penombra della fiamma:
sapevano di rovere e di rose;
di morte. Antico inverno.
Cercavano il miglio gli uccelli
ed erano subito di neve;
così le parole.
Un po' di sole, una raggera d'angelo,
e poi la nebbia; e gli alberi,
e noi fatti d'aria al mattino.
(Versi alla mano, Salvatore Quasimodo, a cura di Alfonso Maria Pluchinotta, Crocetti Editore 2004)
Come il silenzio trapassa
in un ronzio sotto la fronte,
così l'appartamento alla chetichella
è diventato proprietà
di mediocri oggetti da regalo.
Nel loro museo immaginario
nessuno gli ha assegnato un posto:
ci sono sempre stati;
qui si ergevano, foderati
di una paziente asfissia,
lasciati dal riflusso
di una festosa onda svanita.
E alla parete una foglia autunnale
turbina sul normografo.
L'aria pesante è zuccherina,
ma in essa non c'è delizia.
traduzione di Paolo Galvagni
(Michail Ajzenberg, da La nuova poesia russa, a cura di Paolo Galvagni, Crocetti Editore 2003)
Cos’è quel sorriso sulla scrivania
che sussurra un annuncio
di vita da un’altra parte
e di silenzio più che di voce.
Cos’è ancora quello sguardo
che spalanca all’agitazione
delle sensazioni e porta nella penombra
dell’angolo in cui insisto.
È vivere, questo. In una piccola parte
di tempo che dilata e fa immensa
anche l’ombra di quell’albero
che nel giardino ancora non c’è.
(Maria Luigia Longo, Poesie/Cantiere, 20 Febbraio 2015_ fotografia di Michela Magni)
Una lunga amarezza
quotidianamente interrotta
dai tuoi occhi di gatta.
Poco importa se ridi,
se ti affligge il ricordo
di una promessa insoddisfatta.
Un istante inutile
nel tempo di tutti.
Ti penso fino alle 4 e 34.
(Romano Billet, Savasti Sterpi, Crocetti Editore 1996)
Mi espando e vivo
illegalmente
in aree che gli altri
non riconoscono reali.
Là mi fermo ed espongo
il mio mondo perseguitato,
là lo riproduco
con amarezza ribelle,
là lo affido
a un sole
senza forma, senza luce,
immobile,
personale.
Là accado.
A volte però
tutto questo s'arresta.
E mi restringo,
a forza rientro
(rassicurante)
nell'area ammessa
e legale,
nell'amarezza terrena.
E mi smentisco.
(Kikì Dimulà, L'adolescenza dell'oblio - a cura di Paola Maria Minucci, Crocetti Editore 2000)
Qualcosa di rimosso rimbomba nelle orecchie
a questa casa,
fa pendere le tende senza vento, tramortisce
gli specchi
finché i riflessi perdono sostanza.
Un certo suono pari al digrignare di mulini a vento
si è fermato di colpo;
un’assenza assordante, una mazzata.
Accerchia questa valle, pesa su questo monte,
estrania il gesto, spinge questo lapis
attraverso un fitto nulla, ora,
carica di silenzio le dispense, piega il bucato acido
come i panni dei morti, lasciati esattamente
dai congiunti come usavano i morti,
increduli, aspettando occupazione.
(Derek Walcott, da Mappa del nuovo Mondo)