mercoledì 7 marzo 2012

Anillos de ceniza/Anelli di cenere


(a Cristina Campo)

Son mis voces cantando
para que no canten ellos,
los amordazados grismente en el alba,
los vestidos de pájaro desolado en la lluvia.

Hay, en la espera,
un rumor a lila rompiéndose.
Y hay, cuando vien el día,
una partición del sol en pequeños soles negros.
Y cuando es de noche, siempre,
una tribu de palabras mutiladas
busca asilo en mi garganta,
para que non canten ellos,
los funestos, los dueños del silencio.




(a Cristina Campo)

Sono le mie voci che cantano
affinché non cantino loro,
gli imbavagliati grigi nell’alba,
i vestiti di un uccello devastato nella pioggia.

C’è, nell’attesa,
un rumore di lillà che si rompe.
E c’è, quando arriva il giorno,
una partizione del sole in piccoli soli neri.
E quando è notte, sempre,
una tribù di parole mutilate
cerca asilo nella mia gola,
perché non cantino loro,
i funesti, i padroni del silenzio.


(Alejandra Pizarnik)

domenica 19 febbraio 2012

Ora che è capovolta la clessidra




Ora che è capovolta la clessidra,
che l'avvenire, questo caldo sole,
già mi sorge alle spalle, con gli uccelli
ritornerò senza dolore
a Bellosguardo. là posai la gola
su verdi ghigliottine di cancelli
e di un etemo rosa
vibravano le mani. Denudate di fiori.

Oscillante tra il fuoco degli uliveti,
brillava Ottobre antico, nuovo amore.
Muta, affilavo il cuore
al taglio di impensabili aquiloni
(già prossimi, già nostri, già lontani):
aeree bare, tumuli nevosi
del mio domani giovane, del sole.

Ora non resta che vegliare sola
col salmista, coi vecchi di Colono;
il mento in mano alla tavola nuda
vegliare sola: come da bambina
col califfo e il visir per le vie di Bassora.

Non resta che protendere la mano
tutta quanta la notte; e divezzare
l'attesa della sua consolazione,
seno antico che non ha più latte.

Vivere finalmente quelle vie
- dedalo di falò, spezie, sospiri
da manti di smeraldo ventilato -
col mendicante livido, acquattato
tra gli orli di una ferita.


 
(Cristina Campo da "Gli invisibili", La Finestra editrice, 2008)

lunedì 13 febbraio 2012

La nostra marcia


Battete sulle piazze il calpestio delle rivolte!
In alto, catena di teste superbe!
Con la piena del secondo diluvio
laveremo le città dei mondi.
Il toro dei giorni è screziato.
Lento è il carro degli anni.
La corsa il nostro dio.
Il cuore il nostro tamburo.
Che c'è di più divino del nostro oro?
Ci pungerà la vespa d'un proiettile?
Nostra arma sono le nostre canzoni.
Nostro oro sono le voci squillanti.
Prato, distenditi verde,
tappezza il fondo dei giorni.
Arcobaleno, dà un arco
ai veloci corsieri degli anni.
Vedete, il cielo ha noia delle stelle!
Da soli intessiamo i nostri canti.
E tu, Orsa maggiore, pretendi
che vivi ci assumano in cielo!
Canta! Bevi le gioie!
Primavera ricolma le vene.
Cuore, rulla come tamburo!
Il nostro petto è rame di timballi.


         (La nostra marcia, Vladimir Majakovskij)

domenica 12 febbraio 2012

C'ero soltanto


            C'ero soltanto.
            C'ero. Intorno
            cadeva la neve


                  (Kobayashi Issa)



giovedì 26 gennaio 2012

Indifferenza



Io sono - mentre tu in potenza d'essere

rimani muto

a quasi chiedere

d’essere riconosciuto umano

e in questo vuoto di parola

vessato smarrito annerito

da un'esistenza non significata

ancora forse ti stupisci di quest'accoglienza

afasica e brancoli malconcio in una Terra

che non sa più [...] non sa di [...] non può [...]



E anche io in questo silenzio inospitale

ricerco almeno una parola

per dire ancora

io sono e non soltanto

ricordo sconfitto [...] d'un'umanità

senza futuro.


                                       Inedito di Maria Luigia Longo (aprile/maggio 2011)


E si fè pétre u core




Ci uéra passè cuntentenda stu frusce,
mo ca sta chèpa méje è nu battàgghje
ca ni scàfete u core a na campène.


Nun m'arricorde cchiù si c'éte u munne
alligistrète e ferme nda nu mòzziche
di tinàgghie,
o si c'è sempre stète, com'a mo,
stu routamente
di cose ca ci grìrene e s'arràjene
ci s'arràggene e fìschene e su' diàue
a cavalle d'u vente.

E accussì 'a matasse si mbrògghiete
e si fè pétre u core
addù cchiù nente si ssògghiete.


E si fa pietra il cuore // Vorrei passarci contento / in questo fracasso / or che questa mia testa è un battaglio / che glielo scava il cuore a una campana. // Non mi ricordo più se c'è il mondo / ordinato e immobile in un morso / di tenaglie, / o se ci è sempre stato, come adesso / questo rivolgimento / di cose che ci gridano e s'azzuffano / ci s'arrabbiano e fischiano e son diavoli / a cavallo del vento. // E così la matassa s'imbroglia / e si fa pietra il cuore / dove più niente si scioglie.

          (Albino Pierro)

martedì 24 gennaio 2012

Sono Donne che Sanno



Sono donne che sanno
così bene di mare
che all’arietta che fanno
a te accanto al passare
senti sulla tua pelle
fresco aprirsi di vele
e alle labbra d’arselle
deliziose querele.

(Giorgio Caproni)