mercoledì 8 giugno 2011

Per caso. Ogni cosa è al suo posto.



Non avevo mai considerato prima d’ora l’increspatura del suo sorriso e mai avevo pensato che potesse essere così importante per me.

Tornavo nell’isola dopo appena un anno e già mi invadevano i ricordi.

Ricordo che riprendevo allora il controllo della mia vita quando lo incontrai. Per caso come tutte le cose più naturali crediamo avvengano.

Ero da qualche ora sull’isola di Lie e non conoscevo nessuno. Viaggiare in una sorta di solitaria compagnia dei luoghi era caratteristica della mia indole fin da giovane. Amavo incontrare persone nuove perché con loro avevo la sensazione di un nuovo inizio. Potevo giocare a raccontarmi in nuove forme.

Mi trovavo ora sul terrazzo a guardare, di fronte, il mare.

Blu, profondo, sconfinato.

Arrivare all’isola proprio dal mare era l’unica possibilità per accedervi, sebbene vi fosse un vecchio aeroporto usato però solo da alcuni elicotteri privati. A me era sempre piaciuto arrivarvici in nave. E anche questa volta era stato così.

Avevo deciso di imbarcarmi sull’Imperial, nave libica in rigoroso stile anni Ottanta, non troppo grande e non troppo affollata. Avevo scelto l’Imperial perché aveva a bordo personale attento e discreto e, in quella stagione, quasi esclusivamente ospiti stranieri - per lo più inglesi - che prediligevo ai miei chiassosi e invadenti connazionali. Giunti al porto di Mentiral, ho preso un taxi e in poco meno di venti minuti ho raggiunto il mio albergo, percorrendo una strada fatta di curve e tornanti a strapiombo sul mare. L’unica strada che dal porto dava accesso alla zona alta dell’isola.

Conoscevo bene quei luoghi: ci avevo trascorso quasi tutte le estati con la mia famiglia quando ero adolescente, prima che ci trasferissimo tutti a Bruxelles e che mia madre morisse e mio padre vendesse la villa di famiglia. Non ci tornai più.

Lo scorso settembre poi avevo ripreso la volta dell’isola di Lie con l’idea di passare una vacanza rilassante.

L’isola, che dall’alto poteva sembrare un pugno verde posato su uno specchio che rifletteva il cielo, si sviluppava nell’estensione di un’unica località. Soleggiata e verdeggiante, la cittadina si estendeva lungo il crinale orientale di un’altura: procedeva abbandonata e molle come una viziosa e attempata aristocratica in compagnia del suo giovane amante. Il fulcro della vita dell’isola era la zona del porto, con i suoi bistrot, i suoi circoli privati e specialmente il casinò, l’edificio più antico di Lie. Il suo stile coloniale dava ragione a quanti raccontavano che il primo edificio costruito nell’isola fu proprio il casinò, luogo semiclandestino di ritrovo di importanti personalità della vita politica, militare e dell’alta finanza internazionale, provenienti per lo più dal vecchio continente. L’isola, appartata e un po’ nascosta, divenne ben presto meta ambita di svaghi più o meno leciti, tra cui appunto il gioco d’azzardo. A quei tavoli verdi, dicono, si decisero spesse volte le sorti di intere nazioni. Una trentina di anni fa, poi, divenne luogo preferito delle vacanze mondane di famosi personaggi del cinema americano.

Adesso, ben lontana dagli oscuri fasti di un passato però non troppo distante, era una ridente località di villeggiatura di intere famigliole piccolo-borghesi in cerca di relax.

E tra queste persone c’ero anch’io.

Il mio matrimonio era finito nel peggiore dei modi: affidandone le sorti ad un avvocato. Era durato poco più di tre anni, l’ultimo dei quali si era trascinato in un continuo ed estenuante sforzo a farlo durare. Non erano mancati i tradimenti - puntualmente scoperti e anzi con nessuna intenzione di tenerli nascosti - e neanche gli insulti e le vendette legali. Alla fine lasciarci fu piuttosto un sollievo per entrambi. Dalla data della separazione era già passato quasi un anno e io non riuscivo ancora a fare il punto della mia vita, non sapevo ancora cosa volevo.

Avevo scelto l’isola per rilassarmi e per pensare un po’ a me e invece avevo incontrato Miedo e l’estro del suo sorriso.

L’avevo scorto per caso un pomeriggio sul molo in mezzo ad altra gente che però non sembrava essere in sua compagnia, intento a guardare una nave nella difficoltà di ormeggiare. Abbronzato, alto, crucciato, indossava pantaloni corti e maglietta color avorio, sotto la quale si intuiva un torace ben delineato. Aveva gesti flemmatici e sicuri, introversi. Capelli neri tagliati molto corti, quasi rasati. E una collana di semi di girasole essiccati che gli avvolgeva il collo slanciato.

Era differente dagli altri. Non pareva appartenere a quel luogo. Aveva colori e tratti somatici diversi da quelli degli abitanti dell’isola. Il particolare più sorprendente erano gli occhi grigio-verdi dal taglio leggermente asiatico sopra un naso largo africano.

Insolito.

Io, su una panchina poco distante, ad aspettare il mio taxi.

È l’uomo più bello che abbia mai visto, pensai - con una punta di raccapriccio – prima di salire sull’auto nera che era venuta a prendermi.

-Dove la porto, signore?- chiese l’autista.

-Hotel Deseo, grazie!-

Il signore ero io.

Un distinto trentacinquenne della Milano bene. Bello, curato e molto sicuro di sé, o così il mio status mi imponeva di essere.

L’auto partì nella direzione opposta a quella del porto e senza troppa fretta s’inerpicò su per quella strada che più volte avevo fatto in bicicletta con mio fratello Riccardo per raggiungere il belvedere. Alla mia destra il mare e dall’altra parte le ricche abitazioni dei villeggianti facevano da cornice ad una strada erta e sinuosa. Le ville lasciavano intravedere una notevole sovrapposizione di stili tanto da assumere un aspetto piuttosto eccentrico che non avevo visto in nessun’altra parte del mondo.

L’Hotel Deseo era posto sulla parte più alta dell’isola, lanciava un occhio al porto, dominando il mare.

Vi arrivai che era già quasi ora di cena. Gli ospiti stavano approssimandosi ad entrare nel salone, io invece salii in camera a rinfrescarmi e cambiarmi per la sera, deciso a non cenare in albergo.

Dal terrazzo riuscivo a percepire l’atmosfera festosa della zona del porto, da cui salivano suoni di danze e ritmi mediterranei. Percorrere quelle stradine in direzione del porto di sera e a piedi mi lasciava sempre una benefica sensazione di appartenenza a quei luoghi. Camminavo con dentro un senso non troppo inespresso di furiosa ricerca: mi interessava tutto, volevo provare ogni cosa.

Provavo i cibi tipici, le bevande, i vini, i dolci. Tutto. Visitavo più e più locali ogni notte, andando a dormire quasi sempre dopo l’alba. Tra tutti preferivo l’Ars Amandi, piccola tè-eria con bagno turco di giorno e casa d’appuntamenti di notte. Trascorrevo spesso le mie ore notturne in compagnia di Miriam, giovanissima e avvenente croata, che mi conduceva, con il suo elisir, dritto dritto nell’antro di eros. Quando ero con lei non parlavamo mai, non dicevamo neanche una parola, ciascuno intento forse ad ascoltare il proprio respiro. Io ascoltavo il mio dolore che, nell’orgasmo della carne, mi sembrava più denso. La sceglievo con il solo cenno del capo o con un sorriso e la pagavo senza guardarla in viso. Quando all’alba la lasciavo non sapevo ancora che vi sarei ritornato la notte seguente, poi puntualmente tutte le notti, sul finir della notte, ero con lei, in quella stanza che profumava di incenso ed olî essenziali.

Di giorno invece preferivo restare da solo a prendere il sole su una delle tante spiagge un po’ nascoste dell’isola. Se il lato orientale era occupato dalle ville, quello occidentale, invece, era tutto un susseguirsi di impervî scogli che, alternandosi con radi arboscelli, nascondevano spiagge deserte. Amavo sprofondare nell’abbraccio del sole. Lì affondavo il capo; immerso nel riverbero dei pensieri, mi pareva di percepire una nuova dimensione.

Lì, in uno stato intermedio tra la veglia e il sonno, tra la distrazione e la riflessione, intuivo l’esistenza.

E quell’appercezione inattesa mi dava il senso del vivere.

Quella parte dell’isola non era affatto cambiata. Era rimasto tutto più o meno come vent’anni prima. La vegetazione forse era un po’ meno rigogliosa, tanto che non riconoscevo nessuno dei sentieri che da lì partivano verso l’interno. Una mattina verso mezzogiorno decisi di andare in quella che era la spiaggia della mia famiglia quando ancora possedevamo la villa. Avevo all’improvviso voglia di rivedere la casa. Da quando era stata venduta non ne avevo saputo più nulla.

Fu un po’ difficile all’inizio riuscire ad individuare fra i tanti presenti ora il sentiero per accedervi. Quando lo trovai riconobbi improvvisamente tutto: il tracciato sabbioso, gli alberi, la luce, l’alternarsi delle zone d’ombra a quelle assolate, il lieve frusciare dei rami frondosi, cinguettii nascosti e persino la presenza del mare alle spalle. Anche la distanza tra la spiaggia e la villa mi sembrò esatta: lì dove mi aspettavo, dove sapevo essere, trovai la villa.

Era immutata: lo stesso colore di cotto delle facciate, le stesse imposte blu, ora serrate: solida come un tempo.

Il cancello principale era chiuso e tutto all’interno sembrava tacesse. Era deserta ma non mi sembrava disabitata.

Feci un giro intorno ad essa, ripensando a tutte le volte che l’avevo fatto in bicicletta con Riccardo. Rividi tutto, riascoltai le voci e i suoni di un tempo. Sentii di nuovo mia madre ridere e rividi me ridere con lei.

A quindici giorni dal mio arrivo sull’isola, non mi aveva ancora tentato l’idea di visitare il casinò. Non ero un grande appassionato di giochi a scommessa né di quel genere di ambienti. Una sera però decisi di andarvici, spinto anche dall’invito di Eddy e Louise, una coppia di affabili svizzeri che alloggiavano nel mio stesso albergo, con cui da qualche giorno avevo preso l’abitudine di pranzare. Tentai la sorte più d’una volta ma con scarsi risultati. Annoiato e scettico dopo un po’ decisi di andare a bere qualcosa fuori da lì. Sulla porta, nell’uscire, fui urtato da Miedo: camminava veloce e un po’ proteso in avanti. Mi guardò a lungo con un sorriso appena accennato sulle labbra.

Provai subito un singolare senso di attrazione nei suoi confronti. Mi incuriosiva.

Velocemente mi infilai in uno dei vicoli nei quali si aggomitola il centro storico, sgattaiolando come un fuggiasco. E di un fuggiasco conservavo il medesimo senso di incerta inquietudine. Era la stessa smania che in genere mi spinge a fare. Era eccitazione. Nella mia vita ho sempre ostentato un certo atteggiamento d’apparente indolenza, ma in realtà frutto di una ferrea propensione al raccoglimento. Ed è proprio quella sorta di stato febbrile che mi fa agire.

Nelle ore successive non feci altro che pensare a lui e la notte mi scivolò addosso prendendo lo stesso odore di quell’uomo. Andai da Miriam col desiderio di Miedo.

Il giorno seguente, durante una delle mie solite passeggiate alla ricerca di una spiaggia appartata, lo scorsi nel mentre di un tuffo. Un costume succinto lasciava libere tutte le proporzioni del suo corpo, ben in mostra e indorate dal sole. Si divertiva con slanci vivaci a giocare con l’acqua in compagnia di un amico. Mi avvicinai a loro, cercando di attirare la sua attenzione. Mi vide, mi sorrise - certamente riconoscendomi - ricambiai, mi guardò di tanto in tanto per un lasso di tempo che a me sembrò infinito e che invece quasi di colpo ad un certo punto terminò: uscì dall’acqua e seguito dall’amico, senza guardarmi neanche per un attimo, s’inerpicò per uno dei sentieri che davano all’interno e portavano alle abitazioni. In un istante sparì nella boscaglia, lasciandomi lì, bagnato e insoddisfatto.

I giorni seguenti mi videro aggirami per l’isola come un randagio a ripensare a lui. Tornai più volte nei posti dove l’avevo visto: il porto, il casinò, la spiaggia, senza mai incontrarlo.

Da quel momento l’isola di Lie mi sembrò noiosa e inutilmente lasciva.

Dopo circa una settimana di tedio in cui cominciavo ad ipotizzare l’idea di spostare le mie vacanze in una delle isole limitrofe, decisi di fare un altro giro nei dintorni della villa. Ci ero tornato diverse volte in quel mese senza mai vedere qualcuno che la abitasse. Una mattina invece la trovai finalmente aperta: imposte, finestre e vetrate spalancate, musica che proveniva dall’interno, una sdraio distesa nel giardino.

-Buongiorno!- una voce si levò verso di me dall’interno.

Era Miedo, che si staccava da una siepe e mi veniva incontro.

-Salve!- risposi, masticando un po’ d’imbarazzo - Questa villa apparteneva alla mia famiglia quando ero bambino - mi affrettai ad aggiungere.

-My father won it in a poker fifteen years ago -. Disse in uno strano inglese,

I minuti che seguirono furono tutto un pretesto per poter avvicinarci il più possibile: l’invito ad entrare e a visitare la casa rimasta peraltro identica a come la ricordavo, l’aperitivo, la chiacchierata fatua sulla vita di Lie e sugli usi e costumi dei turisti, le mie vacanze e le sue, il suo lavoro e il mio, la mia famiglia e la sua, la sua cordialità e il mio piacere nell’accoglierla. Tutto ci condusse senza troppi preamboli ad amarci lì, su quel pavimento che più volte mi aveva visto giocare con mia madre. Ora giocavo con Miedo in quel luogo che rappresentava per me qualcosa di molto simile all’idea di casa. Dopo una lieve carezza, subito accolsi il suo corpo nel mio senza trovarlo sconosciuto o estraneo, penetrando a mia volta la sua carne con un abbandono del tutto nuovo. Si appropriò di me con una forza cui non ero abituato, come scavandomi anche l’anima. Fui accompagnato in un istintivo viaggio a ritroso verso la coscienza, una intensa caduta in me.

Quella prima volta passammo insieme anche tutta la notte e il giorno seguente.

Miedo oltre che un abile amante era anche un amabile affabulatore, mi raccontò vari aneddoti della sua vita, introducendomi nel suo mondo. Mi parlò di sé: era figlio unico e unico erede del patrimonio familiare. Ad intervallare i suoi racconti erano le mie parole e i miei ricordi.

-I never knew my mother, mia mama - mi disse quando gli parlai della mia – She has never lived with us. She wasn't the wife of my father -.

E mi mostrò una foto di una bellissima donna asiatica, l’unica cosa che possedeva di lei.

-Where is she now ? – chiesi

-I don't know. I don't know much about her, except that she was the daughter of a diplomat...un ambasciadore... and she met my father on a journey, it was love between them but when I was born she went back to his country and left me here...qua a Lie –

Nei giorni seguenti visitai con lui posti dell’isola che non avevo mai visto. Miedo mi era accanto come una presenza silenziosa e attenta e allo stesso tempo sfuggente e ambigua. Assomigliava molto all’isola.

E proprio come l’isola anche lui nascondeva un lato oscuro che ogni tanto affiorava. Ogni volta che mi guardava avevo come l’impressione che volesse parlarmi di qualcosa che poi desisteva dal dirmi. Avevo la netta sensazione che di me sapesse molto di più di quanto lasciasse intendere. Prolungai la mia permanenza nell’isola anche per scoprirlo. Era piuttosto difficile però screpolare la sua facciata granitica. E questo mi irritava.

Una sera mentre passeggiavamo in prossimità del porto, chiacchierando amabilmente, lo provocai baciandolo spudoratamente davanti ai passanti. Non gradì il mio slancio e visibilmente irritato mi abbandonò lì, dirigendosi verso la sua auto.

-Cos’è, il signor Miedo non gradisce l’eco dei suoi atti?- lo canzonai, in italiano questa volta, raggiungendolo.

-Non quando gli atti sono privati, private – replicò indignato, in italiano anche lui.

-O forse quando sono privati del tuo controllo – aggiunsi

Mi guardò sbalordito, con un sorriso tirato come non riconoscendomi. Forse non capì il doppio senso di “privati”, ma io credo di sì.

S’infilò in macchina e sparì.

La notte scivolò indolore e il giorno seguente iniziò con una rivelazione. Andai molto presto da Miedo per scusarmi e per preannunciargli la mia partenza. Ero stanco di Lie, del mare e anche di lui.

-Perché?-mi chiese riferendosi al mio gesto.

-I don't know. Tired, perhaps, to a situation in stasis ...I don't know....I came to this island to relax and instead I found something on which I've always been silent -.

Restava a guardarmi in silenzio.

-I get home. I will take with me more awareness. And the strange effect of having lived in this house again.And I will take everything in it. Memories, voices, meetings ..

-Would you really take with you everything that's in it? Then you should know that also contains a game of poker, played exactly thirty-six years ago. It was a long game played by my father, two British economists and an Italian ambasciadore who you should know very well

- Mio padre?

- Yes, tuo papa. Or rather, whom you have always thought was your father. The victory went to my father. The loot was very rich: a night with a woman whose my father was in love. Can you guess who she was?

- Come faccio a saperlo?... How do I know?

- Tua madre.

- …

- The fruit of that night is you. You are the son of that game and of my father

- …

- Fifteen years ago, the revenge: the winner was once again my father... nostro papa … and this time he won the house. Now you really know everything, dear Giacomo.

Do you want to leave anyway? - E lo disse con un ghigno.

Per la prima volta in vita mia forse persi davvero il controllo.

Miedo ora giace nel giardino della villa, sotto i fiori e sotto il sole di Lie.

A volte ripenso a lui e un po' mi dispiace per quello che è successo. Ma non l'ho fatto per me, né per mio padre -che non era mio padre- ma per mia madre che nessuno di loro aveva saputo trattare meglio di un pegno di gioco.

E se qualcuno si chiedesse come mai non sono in galera, rispondo che - nel mio mondo- è stato facile dimostrare che quello straniero dalle ambigue abitudini sessuali mi aveva violentato ripetutamente e che per legittima difesa ho dovuto ucciderlo.

E adesso, che ogni cosa è al suo posto, posso finalmente riprendere la mia vita.


Tratto dalla raccolta inedita Trilogia dell'incontro

di Maria Luigia Longo


martedì 7 giugno 2011

ORA SECONDA. DIALOGO COL PAESAGGIO.



rughe perenni
i calanchi
raccolgono l’intervallo di tempo
fra il dire e il fare
e tu
in quello spazio immoto ancora muovi.
Lo scempio di altri paesaggi
qui
non fa eco,
non stride, non urla
tutto tace
e s’accartoccia a cielo aperto.
L’unica cosa che rimane
è lo sterco del pensiero che s’immalinconisce.

Tratta da Paesaggi di tempo, pag. 20

lunedì 6 giugno 2011

Per amore – L'attesa.

Smontato dal vecchio autobus arancione che ogni sera bofonchiando lo lascia di fronte all’enorme caseggiato dove risiede ormai da un anno, attraversa di corsa l’ampia strada che taglia in due il quartiere studentesco e, lasciandosi alle spalle anche gli alberi dalle chiome un po’ flesse, infila trafelato il cancello d’ingresso. E’ già buio pesto e come ogni venerdì sera torna a casa dal lavoro intorno alle nove e un quarto. Il cortile interno dell’antico palazzo milanese a quest’ora è sempre deserto; solo motorini e biciclette parcheggiate ai bordi dell’aiuola centrale. L’uscio d’alluminio ramato della guardiola è già chiuso, passando vi lancia un’occhiata automatica e distratta. Il quartiere come di consueto si ripopola più tardi di studenti in perenne bivacco davanti ai pub. Molte delle finestre che si affacciano sul cortile interno sono illuminate e stranamente lo è anche quella della cucina del suo appartamento.

Chi c’è nel suo alloggio?

Ha avuto ospiti solo di rado, solo per brevi periodi e soltanto accidentalmente. Inserisce la chiave nella serratura e, aprendola, accompagna leggermente la porta col piede, col quale si aiuta anche per chiuderla. La luce è veramente accesa. Il resto della casa invece è al buio, vuoto come ogni sera. Armando, un londinese di origini nigeriane che occupa l’altra singola, è sempre fuori. Non si incrociano mai. Hanno orari diversi. Armando fa il modello. Rientra quando lui già dorme e dorme quando lui esce al mattino presto. Eppoi adesso è in vacanza, tornerà il mese prossimo. Qualche volta sono andati insieme al cinema, anche lui è appassionato di cinema espressionista.

Segue in corridoio il cono di luce e, in soggiorno, trova la tavola imbandita: il piatto fondo e la minestra scaldata nel tegame, il bicchiere da vino e il fiasco pieno, il pane tagliato a fette e mandarini già sbucciati. E’ una cosa insensata, ma in cuor suo gioisce. Non sa bene chi, ma è la prima sera da quando vive in quella città che qualcuno attende il suo rientro.

Dunque, si siede e mangia.

Stasera non ha impegni. In genere quando non ha impegni passa la serata a scrivere. E’ un poeta. E’ a Milano per avvicinarsi al mondo delle case editrici e dei cenacoli letterari ma non sa che non esistono più, non a Milano e non per lui. I suoi impegni sono legati sempre a presentazioni di libri, a concerti, recital, premiazioni di concorsi e festival letterari. Si nutre d’arte, ama pensare. Prova uno strano grande piacere quando entra nella saletta di una libreria prima di un evento letterario e si lascia cadere nella sedia, sprofonda appagato, in attesa di una scoperta.

Dunque, stasera non ha impegni, questa sera scrive.

Ha un quadernetto con la copertina di pelle marrone scuro dove appunta continuamente le sue impressioni che poi trasferisce sul portatile quando sono rielaborate compiutamente. Adesso sta lavorando ad una raccolta di cinquanta poesie intitolata Autunno.

Anche questa sera, dunque, scrive; alla luce soffusa di un lume da tavolo. Sono diversi mesi che rielabora gli stessi versi, un labor limae certosino e quasi impercettibile ma profondissimo, come spesso ama dire a quanti, troppe volte solo distrattamente, gli chiedono cosa faccia nella vita. Talora arriva a rileggere in una sera più di cento volte uno stesso verso e tra una volta e l’altra si perde in un vagolare meditativo alquanto bizzarro. Seduto al divanetto con i piedi su una sedia e il quadernetto in grembo, si smarrisce a seguire le linee del pavimento quadrettato di fine anni sessanta. Sorseggia sempre vino rosso, quello che gli manda suo nonno di tanto in tanto. Fa buon sangue! e poi fa strada ai pensieri.

A volte passa la notte a ripetere a mezza voce alcuni versi di poeti francesi, la musicalità gli ridà equilibrio. Il ritmo gli ridona la giusta proporzione delle cose.

Questa sera però non ha molta voglia di scrivere, non riesce a sovrastare i versi; stasera è accaduto qualcosa: la sua solitudine è stata interrotta da un evento: la tavola apparecchiata. Guarda a lungo i resti della cena che sembrano parlargli; avverte, come una fiumana di sottofondo strisciante, le loro voci e si addormenta lì sul divano. Un piatto sporco, un bicchiere semivuoto, briciole di pane a fargli compagnia e a cullarlo, stanotte.

Durante il giorno lavora part-time in una libreria e il sabato e la domenica serve ai tavoli di una pizzeria siciliana. Vive a Milano da straniero, come uno studentello all’estero nel tentativo di imparare un’altra lingua e forse di crescere. E’ forse proprio nell’imperativo di crescere che da qualche mese accetta le lusinghe della portinaia, una cinquantenne sposata con figli molto più grande di lui, universalmente nota come la puttinaia.

Gli incontri con la puttinaia avvengono una volta alla settimana, dopo che lei finisce di stirargli le camicie. Sono brevi, irruenti e non lasciano strascichi sentimentali.

Il sabato sera, di ritorno dal lavoro, si ferma con le ragazze di Viale **** e si accompagna ad una di loro, Stella, ventenne (o così sostiene) cubana da pochi mesi a Milano col sogno di fare ovviamente la modella. Bella e soprattutto profumata. Pulita. Di Stella amava le paroline dolci che sapeva sussurrargli all’orecchio. Ora però non le ricorda neanche più e non ricorda neanche il suo volto, anche perché adesso non è più da solo.

Verso mezzanotte è quasi sempre interrotto nella sua scrittura dai passi veloci di Lisa, la ragazza del piano di sopra che ritorna a casa. Corre alla porta e si pianta davanti allo spioncino per vederla passare, dilatata e colorata confusamente. Non l’ha mai vista di giorno o da vicino, ne ha sentito soltanto la voce per caso un giorno canticchiare nelle scale salendo. E’ una macchia a colori che passa davanti al cristallo oculare per un nanosecondo. Lisa è soprattutto uno sbuffo di profumo dolce che passa sotto la porta e col suo guizzo lesto gli inonda la casa.

Insieme ai passi che si susseguono rapidi, avverte un altro rumore di sottofondo, forse lo strascico della mano stanca sulla ringhiera di legno, forse il mormorio dei neon delle scale. L’attende ogni sera e ogni sera lei arriva. Puntuale. Forse non sa (o invece sì) che dietro quella porta c’è un occhio che aspetta sveglio tutte le sere, occupandosi di lei: il giorno non finisce se prima Lisa non è rientrata.

A volte non è da sola.

Ma questo a lui non importa.

Abita nell’appartamento direttamente sopra al suo da prima che lui arrivasse. Ne sente il tamburellare dei tacchi all’alba, lo sente addosso, come un ticchettio sulla pelle. Ha un passo energico e ritmato. Picchietta sul pavimento, non striscia i piedi, forse saltella, forse è felice. E spesso canticchia. Lui ascolta ogni rumore, ogni suono che proviene da Lisa. E ogni suono corrisponde ad un sobbalzo del cuore.

Certe sere, di rado però!, rientra in compagnia di qualcuno: una screziatura scura che la segue su per le scale, vicino vicino, forse si tengono per mano. Ma a lui non importa, tanto più che adesso Lisa ha deciso di prendersi cura di lui. Chi, se non lei, avrebbe potuto preparargli la cena e riscaldargli la casa?!

Da quella sera, tutte le volte che rientrò dal lavoro trovò la luce accesa e la tavola imbandita.

Aprendo la porta si tuffava, ogni volta con la stessa meraviglia, nel cono di luce che dal soggiorno illuminava di sbieco alcuni angoli della casa. La luce e l’odore di cibo erano per lui l’abbraccio di Lisa. E dopo cena contemplava quasi ammirato i resti del pasto sul tavolo e non c’era più spazio per la scrittura, la poesia adesso era Lisa. Pensava soltanto a lei. La declinava in sé mormorando qualcosa che certamente lei avrebbe compreso, un balbettio dell’anima, un gorgoglio dei sensi, energico e segreto.

Lisa era il suo rumore quotidiano, il rumore stesso della sua vita, della casa, quello che catturava la sua attenzione più dello scricchiolio dei mobili e delle pareti, molto più del borbottio del vecchio frigo.

Avrebbe voluto che un giorno lei avesse suonato alla sua porta con il desiderio di entrare. L’avrebbe accolta dimenticandosi di tutto il resto. Della scrittura, anche. E dell’ossessivo crepitio dei suoi pensieri. Certamente quel giorno sarebbe stato felice.

Pensò di parlarle, rimuginò per qualche giorno sul modo e poi decise di scriverle un biglietto che avrebbe fatto passare sotto la porta nel mentre di uno dei suoi rientri notturni. Di sicuro ne sarebbe stata contenta.

Scrivere a Lisa fu la cosa più semplice del mondo, le parole scaturirono subito precise, perfette, quelle, quelle che anche il suo (di lui) cuore avrebbe voluto sentirsi dire.

La prima lettera indirizzata a Lisa strisciò sotto la porta nello stesso attimo in cui la luce delle scale si accese e il rumore dei passi si fece più vivo. Lui appostato davanti allo spioncino vide la macchia colorata passare come sempre veloce, sparire per un attimo, poi arrestare i passi e arretrare, chinarsi e…raccogliere il foglietto? Sì, raccoglierlo. La macchia divenne meno confusa, acquistò sembianze più nitide e sembrò a sua volta guardare nello spioncino, ma dal verso opposto. Lisa si fermò a guardarlo. Ora lo guardava. Lo vide? Oddio, forse riuscì a vederlo! Esitò ancora per un attimo e poi riprese forma confusa e, veloce come sempre, risalì verso il suo alloggio.

Le scrisse in punta di penna, delicato, per non essere invadente. Con una grafia piccola piccola. Descrisse se stesso attraverso il racconto delle sue attese. In questo modo Lisa avrebbe compreso meglio quello che certamente già sapeva di lui. E lei avrebbe risposto? E se sì, in che modo? Passò una settimana in cui la risposta di Lisa si fece attendere invano e lui decise di lasciare il lavoro in pizzeria per non rischiare di non esserci quando sarebbe arrivata. Intanto le scrisse una seconda ed una terza lettera, che lei, come la prima volta, raccolse un po’ esitante dal pianerottolo. Stessi movimenti, stesso gioco di sguardi, stesso incanto di lui, al quale in fondo non importava ricevere una risposta. A lui bastava che lei raccogliesse quei fogli di carta quadrettata e li portasse a casa con sé.

E Lisa lo fece, li raccolse tutte le volte che lui le scrisse.

All’inizio odiava quell’appartamento: piccolo, vecchio e con gli scarafaggi che numerosi e sorprendentemente lesti circolavano sul pavimento quadrettato, confondendosi con i cunei neri del disegno variopinto. Prima di arrivare in quella casa non ne aveva mai visto uno. Riuscivano ad assumere qualsiasi forma e così ad oltrepassare porte, stipiti di armadi e pareti, attraverso le loro crepe. Una volta ne trovò uno addirittura in un libro. I primi mesi fu una lotta continua e vana contro di loro, poi lasciò perdere: erano troppi, troppo grandi e troppo veloci. Dapprima finse di non vederli, poi ci si abituò. Ora non li vedeva neanche più e amava il suo appartamento: era la sua tana.

Prima o poi nel suo covo avrebbe accolto anche Lisa.

Quando sarebbe arrivata avrebbe dovuto trovarlo seduto sul divano ad attenderla. Ecco perché decise di abbandonare anche il lavoro in libreria: se Lisa non l’avesse trovato ad aspettarla certamente ne avrebbe sofferto.

Avrebbe dovuto invitarla nel più dolce dei modi, perché Lisa era la più dolce delle donne.

Una sera, infatti, decise di accoglierla con una sorpresa (alle donne le sorprese piacciono molto e in effetti anche a lui): una rosa sul pianerottolo. Un bocciolo di rosa rossa.

E quella sera lasciò la porta aperta. Il cono di luce di sbieco inondava le scale. Lisa raccolse la rosa, quello era il segnale!, ed entrò, lasciandosi sbadata la porta aperta dietro le spalle.

Tutta la notte così.

Qualche giorno più tardi la portinaia raccontava in segreto alle sue amiche di come quel ragazzo del terzo piano fosse stato vittima di una profonda passione per lei e di come questa lo avesse consumato fino a portarlo alla morte.

Non si spiegava però perché i bigliettini, che lei raccolse dal pianerottolo, fossero indirizzati ad una certa Lisa.

La polizia per settimane cercò la ragazza, ma poiché nessuno l’aveva mai vista o conosciuta, concluse che in realtà non aveva mai abitato in quell’edificio.

Di Lisa rimane traccia solo nel quadernetto di pelle marrone di quello strano ragazzo del terzo piano.

E di lui soltanto il corpo senza vita, adagiato sul divano.

Tratto dalla raccolta inedita Trilogia dell'incontro di Maria Luigia Longo


sabato 4 giugno 2011

INDIFFERENZA (Lampedusa)


Io sono - mentre tu in potenza d'essere

rimani muto

a quasi chiedere

d’essere riconosciuto umano

e in questo vuoto di parola

vessato smarrito annerito

da un'esistenza non significata

ancora forse ti stupisci di quest'accoglienza

afasica e brancoli malconcio in una Terra

che non sa più [...] non sa di [...] non può [...]


E anche io in questo silenzio inospitale

ricerco almeno una parola

per dire ancora

io sono e non soltanto

ricordo sconfitto [...] d'un'umanità

senza futuro.

Inedito di Maria Luigia Longo (aprile/maggio 2011)

venerdì 3 giugno 2011

I suoni e la polvere

Mia cover inedita di un capitolo di Scavare una buca di Cristiano Cavina

edito da Marcos y Marcos


Lei, come ogni giovedì, è già entrata in bagno.

La casa è deserta, buia, tranne la finestra del bagno, che ogni giovedì a quest'ora emana una luce calda o così la vedo pensando al dopo.

Da lontano arrivano i suoni delle giostre che vengono ad allietare le serate estive della gente di questo paese e si mischiano alle voci e alle risate dei ragazzi che schiamazzano lì intorno. Mi ricordano un po' le estati di quando ero bambino ed eravamo appena arrivati in Francia con mia mamma e Amina.

Sento le pulsazioni dei bassi.

La porta è accostata e, anche se ho la chiave, lei me la lascia sempre un po' socchiusa. Giro con la chiave nella tasca dei pantaloni per tutto il giorno,quando ho la mano in tasca me lan rigiro continuamente fra le dita. La porto anche nel jeans del lavoro. Sto ben attento a non perderla e sopratutto che non si sporchi di polvere.

Dentro conosco bene la strada e vado subito verso il bagno. La porta è chiusa e lei già sotto la doccia. Sento lo scrosciare dell'acqua sul vetro e sul piano antiscivolo. Resto un po' così, con la maniglia fra le mani, ad ascoltare l'acqua. E la musica di fondo, le pulsazioni dei bassi e la notte così vicina.

E' un gioco che facciamo da un po': lei è sotto la doccia e io arrivo in silenzio, chissà da dove. Mi appoggio al lavandino e mi schiarisco la voce.

- Sei tu? -

Ha una voce allegra, squillante, che mi piace ascoltare mentre parla con i bambini ad esempio.

Mi appoggio al lavandino e resto per un po' a guardare la sua sagoma immersa nel vapore che sale dal box doccia e che ormai ha già appannato il vetro smerigliato, la finestra e lo specchio alle mie spalle.

-Sì, sono io. - rispondo.

Anche così, come una macchia di caffellatte dai contorni sfumati, lei è bellissima. Ha fianchi morbidi e capelli nerissimi e lunghi che non sembra neanche un'italiana.

- Ancora lì? Dài, sbrigati, se no, tra un po', ritornano i bambini con Ines... - quando parla è come se squittisse. Mi mette gioia.

L'idea di farlo nella doccia è venuta a me. Voglio togliermi ogni tanto quel residuo di polvere di cava dalle unghie e l'acqua mi dà l'impressione di riuscirci. Io, nel mio paese, sono uno scultore di alabastro, come molti in Egitto, e qui invece ho trovato lavoro in una cava di gesso. Le prime volte che tornavo a casa dal lavoro, oltre che sui vestiti, ritrovavo quella polvere ovunque: tra i capelli, in bocca, nelle orecchie e sotto le unghie, da cui faccio davvero fatica a farla andar via. All'inizio non stavo molto attento e me la ritrovavo nelle tasche dei jeans e nella zigrinatura delle chiavi, perfino quella di casa sua.

In Egitto mi piaceva tornare a casa dopo il lavoro un po' impolverato, qui no. Mi lavo giù in garage e non dò mai alla polvere la possibilità di salire le scale con me.

- Eddy, dài...vieni?- e spalanca la porta del box doccia. Fuoriesce una nuvola di vapore e intravedo il suo corpo perfetto, bello.

-Resto qui.- dico, con uno strano suono nella voce che può sembrare un lamento.

- Su, non metterti a fare i capricci!- dice, anche questa volta sorridendo.

Voglio restare qui e voglio guardarla.

- Ma che hai?-

-...- la guardo e stasera mi sembra più di quello che posso avere e che posso permettermi.

- Penso a lui. - dico

-Ancora con questa storia?!- ed esce dalla doccia e mi si pianta davanti. - Non sei tu che lo tradisci, sono io la moglie!- è nuda, a un passo da me.

-Sì, un po' lo tradisco anch'io. E' il mio capo. E io... non è una cosa buona.-

La voglia che avevo di lei è passata.

Era iniziato tutto come un gioco, ma ha preso una piega che non mi piace più. A volte ci si trova in impicci del genere senza volerlo. E' come partire con un piede e solo a metà del passo accorgersi che è quello sbagliato.

-Nel mio paese questo è sbagliato. Non si fa.-aggiungo.

Lei chiude la doccia e improvvisamente nella stanza è piombato il silenzio.

Mi stacco dal lavandino e faccio per andarmene.

- Non è strano?- dice, come a volermi fermare con la voce.

- Cosa?- chiedo, già sulla porta.

-Che mio marito ti abbia assunto in cava-

-...-

-Non ti sei chiesto perché ha scelto te e non quegli altri?-

-Che vuol dire? Perché gli sono piaciuto subito, me l'ha detto lui.-

-No, sei piaciuto a me. Io ti ho scelto. Ti ho scelto io.-

-...-

Ha raccolto i capelli in una coda e li strizza sul lavandino.

-Guarda che lo sa, di noi. Stai tranquillo, tra noi funziona

così...lui adesso è con un'altra.-

-...-

-Il giovedì è la nostra serata libera.- dice e mi si avvicina come a volere un bacio. Come se fosse tutto a posto.

Me la prendo. Ma per l'ultima volta.


giovedì 2 giugno 2011

A voler vedere e oltre-guardare



A voler vedere e oltre-guardare
s’è fatto tardi e buio.

Ma tu affiori da quel buco
che non è mai noto
non è mai preso
non è mai vano
e non è mai perso.

Ti protendi in sguardi
che solo tu riconosci
come orizzontali

E ti appropri di
un mondo che
nello scrutare sorpreso l’ombra
ha la sua strofa.

Tratta da Paesaggi di tempo, pag 24.

mercoledì 1 giugno 2011

Per forza (la continuazione...)

[...]

Un giorno, l’ultimo in cui avrebbe atteso, prima di tornare da dove era venuto entrò nel Duomo deserto e fresco. Passò lentamente in rassegna le pareti istoriate e tutte le statue dei santi delle navate laterali, segnandosi con la mano destra la fronte, il petto e le spalle davanti ad ognuno e lanciando baci di devozione. Attese molto tempo prima di proseguire davanti dall’affresco del Giudizio Universale, frammento supersite della decorazione pittorica medioevale. Percorse adagio la navata centrale e davanti all’altare maggiore depose i fiori. Si muoveva con gesti asciutti, precisi, tutto assorto in essi. Senza mai voltarsi e quindi non scorgendomi alle sue spalle, appena dietro di lui, si inginocchiò ad uno dei primi banchi e con la testa fra le mani cominciò forse a pregare. Oppure a pensare. Stette così per molto tempo.

Era da anni che non entravo in una chiesa. Ne riafferrai il silenzio, ricreatosi dopo il rumore dei tacchi sul pavimento.

Dal rosone centrale filtrava una luce calda che, grazie ad un gioco di chiari e ombre che pareva esistere per un voluto incanto, regalava all’intera scena un che di onirico.

- Ha bisogno d’aiuto? – chiesi muovendomi senza sapere perché e posandogli una mano sulla spalla.

Sollevò il capo di sguincio, permettendomi di intravedere uno solo degli occhi: lo attraversò un’espressione fugace di stralunata sorpresa.

- Sta male? - mi affrettai a chiedere ancora.

- Oggi ho perso mia figlia. - rispose. Netto, senza lasciare nella voce strascichi di alcunché e sollevando dalla mia parte completamente il capo.

Ernesto.

Non sapevo nient’altro di lui e lo seguii nei suoi racconti, incamminandomi sul crinale della sua vita.

Era un viaggiatore, aveva imparato a provare piacere nel raccontare la propria storia, rinnovando così il legame con se stesso e con le proprie origini, altrimenti flebile.

Un po’ per gioco e un po’ per forza, da più di trent’anni aveva lasciato Matera per girare l’Europa come pianista di pianobar.

Ernesto. Pianista di pianobar. Che intratteneva l’Europa un po’ per gioco e un po’ per non morire di fame.

Monaco, Berlino, Parigi, Londra, di nuovo Parigi, Nizza, ancora Parigi, Barcellona, Madrid divertite dalle sue note. Ancora bambino, aveva imparato a suonare il piano da solo, senza spartiti, a orecchio.

Aveva una voce roca che svestiva il tono pacato assai di rado.

Rimanemmo a chiacchierare per un tempo lunghissimo, nel Duomo romanico, uno di fronte all’altra. Sul suo viso si avvicendavano espressioni curiose che non ho più dimenticato. Le vocali erano il suo vezzo, le pronunciava stringendo e allungando le labbra, che trascinavano con sé i baffetti neri e socchiudendo perfino gli occhi. Amavo pensare che questo fosse un lascito parigino.

-Il mondo mi ha fatto migliore.- disse sottovoce, dicendolo a se stesso più che a me. E quando lo disse mi sembrò bellissimo.

Mi raccontò che una volta, sulle sponde del Tamigi, conobbe un giamaicano di nome Simeon, noleggiatore di barche che aveva fatto di quell’angolo straniero di mondo il suo regno. Mi raccontò come una sera lo avesse trovato sdraiato sulla riva, ubriaco e immensamente triste, a piangere perché qualcuno aveva tentato di mandarlo via da lì. Mi parlò, poi, di come la notte successiva l’avessero trovato morto suicida, riverso nell’erba. Il re era rimasto privo di sé in quello che aveva a torto creduto essere il suo regno. E di quella notte era rimasta probabilmente soltanto l’umidità.

Ernesto era un re e il suo regno semplicemente la memoria. Nessuno avrebbe mai potuto usurparglielo. E il viaggio era soltanto il cavallo con cui lo percorreva in lungo e in largo.

Ci fu una pausa lunghissima che né io né lui decidemmo di abbreviare. Ernesto si guardava attorno, io guardavo soltanto lui.

Mi portò fuori: il cielo era cambiato e si era alzato il venticello; era quasi sera. Penetrammo insieme nei Sassi e, dopo tante parole, a condurci fu ancora il silenzio. Mi mostrò il Sasso, ora ristrutturato, che era appartenuto a suo nonno e che negli anni cinquanta aveva dovuto abbandonare a causa della politica di sfollamento dell’intera area. Ora era suo. Ammodernato da poco, era quasi del tutto privo di mobilio: tappeti persiani e cuscini sparsi ovunque erano gli unici elementi che arricchivano un ambiente in realtà molto minimale: due ampie stanze separate da pareti ad archi che lasciavano presupporre la linea della pietra, da cui l’abitazione era ricavata. L’eccezionale architettura di quelle costruzioni uniche al mondo mi lascia tutt’ora sbalordita: è un mirabile esempio delle multiformi possibilità dell’ingegno umano.

Nei minuti che seguirono il nostro ingresso nel Sasso Ernesto li passò a raccontarmi di sua figlia Brunella, di come nel giro di tre mesi l’aveva conosciuta e persa, di come l’aveva attesa in piazza duomo, di come la donna con cui l’aveva generata gli avesse taciuto tutto di lei, perfino la sua esistenza. L’aveva vissuto come un tradimento.

Conservava di lei soltanto una fotografia arrivatagli un giorno bruscamente per posta e che aveva spezzato la sua vita in due parti.

- La sua assenza brucia nel petto come un tizzone.- mi disse.

Brunella aveva accettato di incontrarlo soltanto una volta e in compagnia del marito, l’aveva incontrato - neanche troppo convinta - per semplice cortesia forse e poi era tornata alla sua vita di madre orfana di un padre assente latitante sepolto per sempre.

Non sembrava particolarmente a suo agio Ernesto in quel posto, forse perché quando si è molto vicini al passato se ne sente maggiormente il peso. Pareva anzi piuttosto spaesato. Certi luoghi, poi, affiorano alla memoria come i cerchi concentrici sulla superficie dell’acqua prima che la pietra che li ha generati definitivamente affondi. Avvertivo quegli stessi cerchi sulla sua pelle mentre lo accarezzavo. Piano, nel silenzio di un mondo sepolto che tornava a vivere.

Ho preteso l’amore da quell’uomo, l’ho voluto con forza. Gli ho strappato una passione che non ho mai più provato, aggrappandomi per un attimo a lui e alla sua intima estraneità. Attraverso le parole ho afferrato la sua vita annodandomela al dito come fosse una fede.

- Devi proprio andare? – gli chiesi in un impeto dovuto più alla circostanza che ad un mio desiderio preciso.

- Per forza. – rispose, rivestendosi in fretta e con i pensieri già altrove.

L’uomo che mi ha aperto la porta del Duomo e che per un giorno mi ha tenuta appesa al filo della sua esistenza, era già tornato da dove era venuto.

Fu l’ultima volta che lo incontrai davvero.

Lasciando quella casa, ritornai nella mia con una nuova vita in seno, con la quale divido tutt’ora il volo delle rondini e il mio terrazzo.

Quell’uomo ritorna spesso nelle movenze di mio figlio e non saprà mai che anche io, come quella donna, l’ho tradito.

A quel tempo avrei potuto partire per un lungo viaggio e l’ho fatto, percorrendo il destino polveroso di un randagio che ho incontrato un giorno per strada.

Tratto da Per forza, Trilogia dell'incontro e altre storie

di Maria Luigia Longo