lunedì 2 novembre 2015

Il pianto della scavatrice


I

Solo l'amare, solo il conoscere
conta, non l'aver amato,
non l'aver conosciuto. Dà angoscia

il vivere di un consumato
amore. L'anima non cresce più.
Ecco nel calore incantato

della notte che piena quaggiù
tra le curve del fiume e le sopite
visioni della città sparsa di luci,

scheggia ancora di mille vite,
disamore, mistero, e miseria
dei sensi, mi rendono nemiche

le forme del mondo, che fino a ieri
erano la mia ragione d'esistere.
Annoiato, stanco, rincaso, per neri

piazzali di mercati, tristi
strade intorno al porto fluviale,
tra le baracche e i magazzini misti

agli ultimi prati. Lì mortale
è il silenzio: ma giù, a viale Marconi,
alla stazione di Trastevere, appare

ancora dolce la sera. Ai loro rioni,
alle loro borgate, tornano su motori
leggeri - in tuta o coi calzoni

di lavoro, ma spinti da un festivo ardore
i giovani, coi compagni sui sellini,
ridenti, sporchi. Gli ultimi avventori

chiacchierano in piedi con voci
alte nella notte, qua e là, ai tavolini
dei locali ancora lucenti e semivuoti.

Stupenda e misera città,
che m'hai insegnato ciò che allegri e
feroci
gli uomini imparano bambini,

le piccole cose in cui la grandezza
della vita in pace si scopre, come
andare duri e pronti nella ressa

delle strade, rivolgersi a un altro uomo
senza tremare, non vergognarsi
di guardare il denaro contato

con pigre dita dal fattorino
che suda contro le facciate in corsa
in un colore eterno d'estate;

a difendermi, a offendere, ad avere
il mondo davanti agli occhi e non
soltanto in cuore, a capire

che pochi conoscono le passioni
in cui io sono vissuto:
che non mi sono fraterni, eppure sono

fratelli proprio nell'avere
passioni di uomini
che allegri, inconsci, interi

vivono di esperienze
ignote a me. Stupenda e misera
città che mi hai fatto fare

esperienza di quella vita
ignota: fino a farmi scoprire
ciò che, in ognun, era il mondo.

Una luna morente nel silenzio,
che di lei vive, sbianca tra violenti
ardori, che miseramente sulla terra

muta di vita, coi bei viali, le vecchie
viuzze, senza dar luce abbagliano
e, in tutto il mondo, le riflette

lassù, un po' di calda nuvolaglia.
È la notte più bella dell'estate.
Trastevere, in un odore di paglia

di vecchie stalle, di svuotate
osterie, non dorme ancora.
Gli angoli bui, le pareti placide

risuonano d'incantati rumori.
Uomini e ragazzi se ne tornano a casa
- sotto festoni di luci ormai sole -

verso i loro vicoli, che intasano
buio e immondizia, con quel passo blando
da cui più l'anima era invasa

quando veramente amavo, quando
veramente volevo capire.
E, come allora, scompaiono cantando.

(Pier Paolo Pasolini)


lunedì 12 ottobre 2015

(Lampedusa)


Cari Amici,
ogni tanto scopro che qualche mio verso va in giro sul web,
adottato da qualche sito di poesia.
Qui trovate (Lampedusa)
Buona lettura,
m.l.


Io sono – mentre tu in potenza d’essere
rimani muto
a quasi chiedere
d’esser riconosciuto umano
e in questo vuoto di parola
innominato da un’esistenza non significata
ancora forse ti stupisci di quest’accoglienza
e brancoli malconcio in una Terra
che non sa più […] non sa di […] non può […]
E anche io in questo silenzio inospitale
ricerco almeno una parola
per dire ancora
io sono e non soltanto
ricordo sconfitto […] d’un’umanità
senza futuro.

(Maria Luigia Longo, Rime private, p. 9)

domenica 11 ottobre 2015

Ti meriti un amore


Ti meriti un amore che ti voglia
spettinata,
con tutto e le ragioni che ti fanno
alzare in fretta,
con tutto e i demoni che non ti
lasciano dormire.

Ti meriti un amore che ti faccia
sentire sicura,
in grado di mangiarsi il mondo
quando cammina accanto a te,
che senta che i tuoi abbracci sono
perfetti per la sua pelle.

Ti meriti un amore che voglia ballare
con te,
che trovi il paradiso ogni volta che
guarda nei tuoi occhi,
che non si annoi mai di leggere le
tue espressioni.

Ti meriti un amore che ti ascolti
quando canti,
che ti appoggi quando fai la ridicola,
che rispetti il tuo essere libera,
che ti accompagni nel tuo volo,
che non abbia paura di cadere.

Ti meriti un amore che ti spazzi via le
bugie
che ti porti il sogno,
il caffè
e la poesia.

(Frida Kahlo)


Allenamento con te


Scrivere ancora per te.
Contro quella tua sponda
ho sbattuto nello scontro
le tue punte aguzze, le mie - le tue braci.
Ho pianto molto - per te.
Ho spento in me un'ira scancellante
che ti voleva estinto. Una fatica
e furia che inghiotte e parole
e ne lascia sonore solo poche, confuse
ottenebrate. Ma per te è piovuta
nel mio fondo un'acqua feconda
goccia a goccia da un tempo
e adesso
sottovoce la notte una gioia
balbetta nel petto d'essere insieme
abbracciati in un letto 
del mondo. E tentare, non stancarsi,
imparare ancora
nelle latitudini terrestri - come
fare la traversata, in un fiorendo
di compassione e passione, in un amando
tutto - di largo - in remissione. 
In attento dolce duro
allenamento con te.

(Mariangela Gualtieri, da Le giovani parole)




lunedì 28 settembre 2015

So con esattezza cosa sogno



So con esattezza cosa sogno:
una voce dal petto – solo mia –
con il do di ogni canto d’inizio
ciò che per lingua spenta
chiamiamo morte e suo timore.

Al buio ci si abitua
quanto più si accantona il conforto della luce
quando si impara che l’uno
è la sponda secca dell’altra
ai lati di uno stesso fiume.

Conosco quel tipo di coraggio: dimenticare la stella
la candela il calore del giorno
farne a meno – amandoli in silenzio –
in un meno uguale alla marea
che si abbassa conservando i confini
l’orma delle barche la sabbia-arata del mare.

Si batte la fronte
– la notte come un muro.

Nel bruciore
si stringe una diversa luce
quel fulgore privo di memoria
che qualche volta cinge
ciò che per suono muto – ancora – non ha nome.

(Antonella Anedda, da Notti di pace occidentale, Donzelli, 2001)

mercoledì 23 settembre 2015

Piove



Piove, e se piovesse per sempre
sarebbe questa tua carezza lunga
che si ferma sul petto, le tempie;
eccoci, luccicante sorella,
nel cerchio del tempo buono, nell'ora
indovinata
stiamo noi, due sguardi versati in un corpo,
uno stare senza dimora
che ci fa intangibili, sottili come un sentiero
di matita
da me a te né dopo né dove, amore,
nello scorrere
quando mi dici guardami bene, guarda:
l'albero è capovolto, la radice è nell’aria.

(versi di Pierluigi Cappello Mandate a dire all'imperatore e fotografia di Elisabetta Spreafico)

domenica 20 settembre 2015

Iam Ver Egelidos Refert Tepores (Ed ora la primavera riporta il caldo)


Catullo saluta la nuova stagione.
Ora la primavera si dischiude.
Ora l'equinozio cessa le sue furie blu si quietano
Come pagine.
Ti dico lascia Troia lascia la terra che brucia, loro
l'han già fatto.
Guarda cambieremo tutto tutti i significati
Tutte le chiare città d'Asia tu e io.
Ora la mente non è anch'essa un'avida precipitosa
vagabonda?
Ora ai piedi crescono foglie così felici di vedere di chi
il verde adeschi.
Aspetta.
O tesoro non andare.
Indietro per la vecchia via percorri una nuova via.



(Anne Carson, Dalla parte di Lesbia - e del fratello)