venerdì 1 marzo 2013

I rasoi fanno male



I rasoi fanno male,
i fiumi sono freddi,
l'acido lascia tracce,
le droghe danno i crampi,
le pistole sono illegali,
i cappi cedono,
il gas è nauseabondo…
Tanto vale vivere.

Dorothy Parker (1893-1967)


giovedì 21 febbraio 2013

Scelte da voi


Cari amici,
in occasione di un recente sondaggio (informale) che ho lanciato tra i miei lettori in seguito al censimento condotto da PORDENONELEGGE sui poeti under40 e che mi ha vista coinvolta, ho stilato una classifica delle 10 poesie più segnalate da voi a rappresentarmi.
Cosa ne pensate?
m.l.


1. 

ORA TERZA.
DIALOGO CON L’IO.

e volteggiano le rondini
fraseggiando a meriggio
nel vortice di ieri
che a lungo tace oggi
nel silenzio io m’accomodo

È scivolata in là
anche l’ultima ora
e tu mi guardi
spaesando gli occhi
a un altro dove
che ormai si fa
presente mentre si allontana,
in una presente assenza
che è la mia vita.

(Paesaggi di tempo, p. 
22)


2.

Il vento
trascina a stento
l’odore dei tuoi ritocchi
sulle espressioni buffe del viso
che non per artificio plastico
ma per maestria mimica
riesci a ravvivare.
A te alterno
l’umore folle
di un ritrovato abbandono
nel sorriso che porta a un’eco.
E quell’intervallo
incurva
il sentire di sentire
sulla tua schiena nuda
paesaggi di paesaggi
di tempo.
(Paesaggi di tempo, p. 41)

3.

***

So ben poco del tuo corpo
che però
sembra sapere tutto di me
Forse il tuo
non ha bisogno di essere conosciuto
mentre lo svelo.
Non capisco la voce
dell’ultimo abisso
nel quale è stato immerso
ma riesco a sentirla    (parlarla)
e voglio appartenervi.
L’altro giorno
me l’hai offerto
celato solo da un sorriso
come fosse uno spacco
una crepa nel muro
uno strappo di luce
Ed è lì
nella fessura
che ti ho scovato.
(Paesaggi di tempo, p. 
33)





4.

ORA SECONDA.
DIALOGO COL PAESAGGIO.

rughe perenni
i calanchi
raccolgono l’intervallo di tempo
fra il dire e il fare
e tu
in quello spazio immoto ancora muovi.

Lo scempio di altri paesaggi
qui
non fa eco,
non stride, non urla
tutto tace
e s’accartoccia a cielo aperto.

L’unica cosa che rimane
è lo sterco del pensiero che s’immalinconisce.
(Paesaggi di tempo, p. 20)

5.

Poi verrà un giorno
in cui torneranno le rondini
tornerà il vento tra i filari il soffio
all'orecchio per dire le rincorse e le attese
e tornerà pure il giallo della ginestra
la polvere tornerà e
quel giorno anche noi torneremo
e resteremo seduti a guardare la luce
e a godere di quel tempo senza peso
che sostiene anche quattro ossa in croce.
(Rime private, p.5) 

6.

La notte
ha posato su di te
che lieve ansimi dormendo
le sue mani di velluto
e accoglie nel suo spazio immoto
il tuo involucro che pure pare di pietra
dimentico e pago.

Il desiderio d’averti
va oltre il tempo di cercarti
oltre […] la tua corazza d’ebano
oltre anche te
e spopola il mondo che ti circonda
in un impeto che solo nel tuo risveglio
trova la pace.
(Paesaggi di tempo, p. 34)


7.

ORA QUARTA
DIALOGO CON L’ALTRO MONDO.

Parlo di cose che nessuno
intende
guardo l’altrove che nessuno
conosce

E proprio per questo
mi sento nel mondo
(Paesaggi di tempo, p. 23)

8.

Ho vissuto
in un posto
dove il vento
accarezza le
spighe secche e dorate
e il lento
scorrere del tempo
è la trama stessa
delle giornate d’estate.

Da bambini
giocavamo a
rifare il verso
al vento
scivolando lunghi
sulle arsure.

Spesso
ancor’oggi
la tenerezza
ha il suono
dello scricchiolio
degli steli mossi.

Ed è in quegl’echi sfumati
che le voci di dentro
s’acquietano un poco.
(Paesaggi di tempo, p. 26-27)


9.

Ma se un giorno tu
di me vorrai la voce
cercala lì
nel tuo incedere snello
mentre mi vieni incontro
e dove io ancora m’accomodo
e ti attendo.
(Paesaggi di tempo, p. 35)

10.

Al fianco del giorno
la battaglia continua
e prendo tempo
lo perdo
e lo riprendo
e passo di là
dove forse il dio della parola
m’accoglie
ma di lui temo l’ira per la mia
vita fuori dai versi

Un’altra bellezza vado cercando
che pure è poesia
e ha la forza di
trascinarmi lì
dove
è il puzzo
di sudore misto al pianto
che nutre la mia voce/il mio canto.
(Paesaggi di tempo, p. 40)



martedì 19 febbraio 2013

Dove sei tu luce, è il mattino



Tu eri la vita e le cose.
In te desti respiravamo
sotto il cielo che ancora è in noi.
Non pena non febbre allora,
non quest'ombra greve del giorno
affollato e diverso. O luce,
chiarezza lontana, respiro
affannoso, rivolgi gli occhi
immobili e chiari su noi.
È buio il mattino che passa
senza la luce dei tuoi occhi.

(Cesare Pavese)


lunedì 18 febbraio 2013

La ballata delle donne


Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.

Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.

Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.

Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.

Femmina penso, se penso l'umano
la mia compagna, ti prendo per mano.


(Edoardo Sanguineti)

venerdì 15 febbraio 2013

Tre Meditazioni (1999-2001)



Meditazione 1

Talpa nella tana
seme nella zucca
isolarsi da ogni stimolo esterno
lentamente acquietare
il tirannico lampeggiare
dei cinque sensi e con la morte
fare conoscenza dolcemente.
Certo, una morte solo simulata
ma pur sempre una terra di nessuno
una non-vita: niente avversioni
niente attaccamenti – essere equanimi
impersonali – niente ambizioni
niente compiacimenti. Rimane il respiro.
Rimani con il tuo respiro, solo con quello
e Virgilio ti prenderà per mano,
ti porterà lontano in uno spazio senza tempo.
Filo rosso, linea diretta
il respiro formerà le rose di luce
che sbocciano in meditazione,
ti mostrerà la caverna di Platone
il fuoco del braciere che arde nel ventre
e lo trasmetterà alla goccia bianca
al centro della fronte, le darà
calore, liberandone il potere:
una saggezza antica come il mondo
fluisce in ogni cellula del corpo
divenuto onda di quiete profonda
estatico pozzo senza fondo.
Il sub-conscio affiorato
è illuminato da una luce piena
perfettamente tonda.

(Giugno 1999)


Meditazione 2

Un’incisione netta, verticale un “taglio”
di Fontana, «la non rappresentazione
in favore della creazione di sensazioni spaziali»
- dice in manifesto – e anche «il fatto di passare
a un altro piano dietro la tela,
per andare oltre ciò che è percepito».
Inoltre, sia Wols che Fontana
apposero a certi loro quadri
l’impronta del dito pollice
e non il nome scritto, “analfabeti”
che lanciano un segnale comprensibile
a pochi; solo a chi ha già sperimentato
nell’occhio della mente un intermittente
piccolo vortice di luce, una radiosa
fosforescenza di segmenti concentrici
identici a quelli dei nostri polpastrelli.
A volte, tra le sopracciglia
al centro della fronte, un fastidioso
turgore pulsante, come un ascesso,
un’escrescenza di unicorno, oppure,
sempre lì, ma in superficie, sulla pelle,
una vistosa fiammata di rossore.
Poi il taglio si allarga,
assume la forma di un proiettile
e ancora si trasforma, strozzandosi
a un terzo dalla cima. Avremo allora
una testina con due piccole orecchie
sopra un corpo gonfio, arrotondato.
La silhouette di una civetta?
Un gufo, una civetta visti di spalle
o, sempre di spalle, un gatto seduto?
Validi tutti. Infatti, tutti e tre
vedono al buio. Ma direi la civetta,
perché sacra ad Atena e in quanto tale,
non può che essere lei l’archetipo
dell’apertura dell’occhio della mente:
pineale funzionante, in grado di spaziare.

(Marzo 2000)


Meditazione 3
Il sacco degli scampoli

Ci sono il rumore di fondo delle voci
delle donne che si parlano in dialetto,
i ritmici colpi del ferro sul tavolo
da stiro e io seduta per terra, nel cono
di luce della lampada, ai margini del buio
di quel pomeriggio invernale – ah quella
pigna di porcellana bianca del contrappeso
e il cigolio della carrucola quando si alza
o si abbassa la luce sopra i tavolo! –
io in quel cerchio di luce, sul parquet
del guardaroba, con intorno i ritagli
di stoffa. Ci gioco. Li esamino, distinguo
cotone, seta, lino, raion. Riconosco:
quell’abito di mia madre, quella camicia
di mio padre, il mio grembiule bianco,
le stoffe pesanti delle mantovane e
quelle dei velluti e dei rasi che ricoprono
sedie e divani. La consistenza dei tessuti
al tatto, i fili dei disegni damascati
sul dritto e sul rovescio, i colori,
le forme e le dimensioni degli avanzi e
quelli a sorpresa, mai visti o mai notati,
appena estratti dalla federa stipata.
Non è un ricordo. Lì ritorno per un attimo
al termine di un ritiro di meditazione
con la percezione inequivocabile
della mia mente-bambina circondata
da luci, rumori e odori di quel guardaroba
di sessant’anni fa. E comprendo: quei ritagli
di stoffa sono la metafora di tutte le possibilità
che la vita allora mi offriva. Ora mi si apre
il cuore e si espande in gratitudine e stupore.
P.S. Francesca mi dirà poi che quei sacchi
di scampoli vengono usati pedagogicamente
in certe scuole materne: servono a stimolare
la concentrazione nei bambini.

(Aprile 2001)


Giulia Niccolai, La misura del respiro. Poesie scelte, Verona, Anterem Edizioni, “Itinera”, 2002)







mercoledì 13 febbraio 2013

Sono momenti belli: c'è silenzio.



Sono momenti belli: c'è silenzio
e il ritmo d'un polmone, se guardi dai cristalli
quella gente che marcia al suo lavoro
diritta interessata necessaria
che ha tanto fiato caldo nella bocca
quando dice buongiorno

è questa che decide
e son dei loro
non c'è altro da dire.

E questo cielo contemporaneo
in alto, tira su la schiena, in alto ma non tanto
questo cielo colore di lamiera
sulla piazza a Sesto a Cinisello alla Bovisa
sopra tutti i tranvieri ai capolinea
non prolunga all'infinito
i fianchi le guglie i grattacieli i capannoni Pirelli
coperti di lamiera?

È nostro questo cielo d'acciaio che non finge
Eden e non concede smarrimenti,
è nostro ed è morale il cielo
che non promette scampo dalla terra,
proprio perché sulla terra non c'è
scampo da noi nella vita.

(Elio Pagliarani, da La ragazza Carla, 1960)


martedì 12 febbraio 2013

Io sono verticale / I am vertical



Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con radici nel suolo
succhiante minerali e amore materno
così da poter brillare di foglie a ogni marzo,
né sono la beltà di un'aiuola
ultradipinta che susciti grida di meraviglia,
senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me, un albero è immortale
e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
dell'uno la lunga vita, dell'altra mi manca l'audacia.

Stasera, all'infinitesimo lume delle stelle,
alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
forse assomiglio a loro nel modo piu' perfetto -
con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me piu' naturale.
Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,
e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:
finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.

(Sylvia Plath, da Crossing the Water, 1961)


But I would rather be horizontal.
I am not a tree with my root in the soil
Sucking up minerals and motherly love
So that each March I may gleam into leaf,
Nor am I the beauty of a garden bed
Attracting my share of Ahs and spectacularly painted,
Unknowing I must soon unpetal.
Compared with me, a tree is immortal
And a flower-head not tall, but more startling,
And I want the one's longevity and the other's daring.

Tonight, in the infinitesimallight of the stars,
The trees and the flowers have been strewing their cool odors.
I walk among them, but none of them are noticing.
Sometimes I think that when I am sleeping
I must most perfectly resemble them--
Thoughts gone dim.
It is more natural to me, lying down.
Then the sky and I are in open conversation,
And I shall be useful when I lie down finally:
Then the trees may touch me for once, and the flowers have time for me.